La rotta...

La cosa più importante per chi non ha potere è avere almeno un sogno
Da "La terrazza proibita" di Fatima Mernissi

martedì 22 novembre 2016

Riflessioni a partire dal bestiario di una giovane donna impegnata







E niente, proprio non gli va giù. Ad alcuni uomini proprio non va giù che ci sia una donna, magari giovane, a occuparsi e magari impegnarsi nel grande mondo del movimento anti-‘ndrangheta in Calabria. 
Sì, lo so. Quello che sto per scrivere farà “mormorare” in molti, ma un po’ per ridere ma molto sul serio, voglio condividere un pezzettino delle tante cose che mi sono sentita dire e degli atteggiamenti vissuti- e subiti-  negli ultimi dieci anni. 
L’occasione è arrivata oggi, quando l’uomo in questione, evidentemente a disagio dinnanzi all’ennesima richiesta di silenzio da parte mia e dei suoi colleghi, probabilmente turbato dal mio ricordare le vittime di ‘ndrangheta e il ruolo della memoria nella didattica radicata nei territori… ha deciso di interrompermi con modi e parole poco consone, diciamo così, al contesto in cui ci trovavamo. Rimproverandomi di non essere in linea con le sue “aspettative” ha, casualmente, deciso di contestare me e non il collega (adulto maschio) che mi aveva preceduto sulla stessa linea. 

Eh sì, una giovane donna che ti chiede di prestare attenzione, e che magari se la prende pure l’attenzione, proprio non si sopporta. Rigorosamente dandomi del “tu”, perché il prof si sa, è maschio. Ma io no, io sono “la signora” o "la ragazza" e poco importa se magari, in modi e tempi diversi siamo anche colleghi.
Ma di reazioni così, in questi anni ne ho raccolte tante, dalle più ridicole alle più pesanti. In questo breve bestiario vorrei condividerne alcune.

Da quella classica “ma chi te la fa fare a fare antimafia, dovresti pensare alla famiglia”, che la risposta poi è sempre la stessa- oltre alla gloriosa “fatti i fatti tuoi” - “stai tranquillo, che penso io alla mia famiglia”.

E siccome poi, è necessario ricollocarci nei ruoli “classici”, su tutte segnalo questo consiglio, (purtroppo però detto da una donna) “tu, tu non devi fare così. Non devi prendere le cose così di petto. Ma in fondo è così, è perché non sei mamma che reagisci così”. No, reagisco così perché non riesco a stare zitta davanti alle ingiustizie e scorrettezze. Magari è perché ho un brutto carattere, non perché non ho dei figli.

Ma nella dinamica sempre viva tra ragione e sentimento, come non ricordare tutte le volte in cui mi è stato detto “Sei troppo emotiva” solo perché le delusioni a volte arrivano a ferirti, o ancora “mamma mia quanto la esageri”, oppure “come la fai lunga” o ancora “sei stanca. Devi prenderti un periodo di riposo, lo dico per te”. Caro mio, lo stai dicendo per te, non per me.

Perché sì, se manifesti nero su bianco il dissenso, o un disagio o una preoccupazione (rispetto a situazioni oggettivamente gravi) le ragioni sono sempre legate al mio essere irriducibilmente un corpo con una mente che non riesce a controllare l’emotività. Sempre. Guai poi a far notare che magari qualcosa poteva essere evitato se solo ti avessero ascoltato. Non c’è scampo, dare ragione non è virile, chiedere scusa poi…. Non ne parliamo proprio.

Il classico dei classici è poi “Ma lo sai con chi stai parlando?”, alla quale si può rispondere con un educato “guardi, mi dispiace non so chi sia” o con un sano “non so chi sia, so solo che è un grande maleducato”. E là, lo ammetto, la soddisfazione fa la differenza.

Altrettanto fastidioso è l’atteggiamento paternalista... “ma che fai, in giro da sola?” oppure “tu sei intelligente, brava, ma vivi le cose con troppo coinvolgimento”. Ora, io vorrei proprio conoscere chi riesce a essere militante antimafia senza coinvolgimento, chi riesce a essere appassionato senza esserlo. Se lo si è, distaccati e freddi, facciamocene una ragione: non tutti abbiamo gli stessi obiettivi.

Poi ci sono quelli che ti guardano malissimo se entrando in una sala piena di gente, magari qualche rappresentante delle istituzioni – e in tanti anni si costruiscono relazioni istituzionali formali ma alla pari- viene incontro per salutarti, educatamente. E là si riesce a dare il via a tentativi di delegittimazione del rappresentante- se proprio ancora dopo non li calcola- o come spesso, di chi ha la colpa di avere costruito qualcosa nei territori. Perché anche qui, l’eteroriconoscimento è tutto. Esisto perché ho qualcuno che mi riconosce, o che almeno mi riconosce più di te, trentenne rompiscatole.
Poi ci sono i maestri per eccellenza, quelli che in una volta, riescono a farti magicamente sparire come se non esistessi, o non fossi mai esistita (né tu, nè il tuo operato). E qui davvero ho visto magie senza pari: ho provato con metodo rigoroso, a dire qualcosa, ottenendo nessuna reazione (se una non esiste, non esiste); ho provato a far dire la stessa cosa a un uomo, oppure a una donna legittimamente riconosciuta come figura: risultato, elogi alla grande, magnifica idea. Provato.
Conseguenza, una deresponsabilizzazione degna di nota. Dinanzi a fatti gravi e dinnanzi a una esplicita richiesta di aiuto si può anche dire “Se ha bisogno di una amica che le tiene la mano vai tu, io non sono suo amico”… ma quale mano? Quale amico? Cari miei, io le amiche e gli amici me li scelgo da sola.
Ma siccome di relazioni di genere si parla, ecco i non curanti (e ahimè le non curanti) delle situazioni sentimentali che dicono “parli così perché sei gelosa” e di chi? E di che? Ho detto che secondo me sta sbagliando in quella cosa, mica mi importa con chi la stai facendo!

Poi ci sono le diversità di trattamento. Per esempio, se io scrivo un libro “ha approfittato di questi anni per farsi i soldi” se a scrivere un libro è un uomo “è un contributo importante per la nostra terra”.
E poi diciamolo, una donna per essere ascoltata deve dire meglio, per essere riconosciuta pubblicamente deve fare meglio: sempre a dimostrare di essere all’altezza, di esserne capace, o ancora di portare avanti quell’idea di purezza necessaria solo alle donne. Perché se un uomo sgomita e fa carte false lo fa perché ci tiene, se lo fa una donna, perché è ambiziosa.

Al confine tra tutto ciò si collocano le descrizioni sulla persona, e per una come me che porta avanti l’idea estrema dell’essere femminile nella sfera pubblica, non passano inosservate le battute del tipo “ma come sei truccata, chissà quanto tempo ci hai messo, certo che ne hai di tempo”. Tantissimo tempo, vorrei rispondere, tempo da perdere proprio. Per non parlare degli accostamenti al maschile “sei forte come un uomo” e mi viene sempre da rispondere “no, sono forte come una donna”, oppure l’intramontabile “sei proprio una donna con gli attributi” e là la risposta è sempre quella. “sì, ho delle grandi ovaie”. E calano silenzi imbarazzanti.

Al di là dell’ironia, posso assicurare che ho riportato fatti realmente accaduti. Cari maschietti, fatevene una ragione. Esisto, e come me siamo in tante. Se vi dà fastidio che ci poniamo alla pari, o che come spesso accade tra le persone, ne sappiamo più di voi, o ancora che abbiamo ruoli riconosciuti, o che a volte abbiamo ragione, che abbiamo costruito tanto…il problema non è nostro. E non è nemmeno vostro. Non è un problema. Si può vivere, e tanti altri uomini ce lo dimostrano ogni giorno, impegnandosi ognuna e ognuno nel suo, tranquillamente. Non è necessario che abbiate un controllo su di noi, e nemmeno su di voi. Ho parlato di un caso estremo, come quello del fare antimafia, ma lo stesso vale per ogni impegno nella sfera pubblica. Perché sono sicura che tante giovani donne un po’ col sorriso e un po’ no, si sono riconosciute in questo post: nel lavoro, nella politica, nell’impegno civile.

Certo, sto parlando di una bella minoranza. Per uno che si comporta così, altri cento, vengono a chiederti scusa, sinceramente. Come è accaduto oggi. Perché se esiste quel modello, è per fortuna- o meglio dire- grazie a tutte le lotte quotidiane delle donne,  assolutamente residuale. Ma vale la pena raccontarlo, soprattutto in questi giorni in cui genere e generazione vengono usate come parole strumentali a altri fini. E mentre scrivo guardo in tv la serie “la mafia uccide solo d’estate”, che con magistrale ironia, decostruisce immaginari e modelli mafiosi. Anche di genere. E come chiudere questa riflessione se non con quello che lo zio dice a proposito della nipote “lei, è strana. È femminista. Ma poi ci passa!”.


mercoledì 16 novembre 2016

Un anno in viaggio con Onore e Dignitudine







Onore e Dignitudine è nato dalla passione radicata e rafforzata nell’amicizia, dalla profonda condivisione di spazi e tempi di crescita, di noi tre donne del sud, Ludovica Ioppolo, Norma Ferrara e io. 

Scrivere di ‘ndrangheta non è cosa semplice, non lo è perché si è sempre attenti a non cadere nel pericolo di continuare a costruire immaginari, stereotipi e a non cadere nella trappola altrettanto pericolosa di trovare soluzioni e dettare ricette. Per noi, lo stile dell’antimafia sociale, è stato in primo luogo quello di continuare a cercare domande, ad ascoltare il territorio, le storie, le piccole storie per decostruire nella teoria e nella pratica, quella percezione del potere ‘ndranghetista tradotto nella vita quotidiana. 

Onore e dignitudine nasce da qui, dalla consapevolezza che, come scrive Renate Siebert “un lavoro di analisi che non sfugga alle fatiche interpretative della complessità fa esso stesso parte della lotta alla mafia; l’appiattimento, invece, sulle descrizioni di ciò che appare nasconde spesso una tacita complicità con le cose così come stanno” (Siebert, 2008). 

In punta di piedi, abbiamo raccontato le piccole storie di donne e uomini, lo abbiamo fatto con gli occhi delle ricercatrici, con lo sguardo femminile e femminista, con la passione delle donne del sud, con il rigore del giornalista, con la sana rabbia delle militanti. Perché siamo questo, e abbiamo vissuto la bellezza di viaggiare durante quest’anno insieme a Onore e Dignitudine, con il carico di storie, di prospettive, di decostruzioni, di memoria. Perché così, in ogni tappa abbiamo nel nostro piccolo voluto portare con noi la speranza e la dignità dei familiari delle vittime che abbiamo incontrato, e con loro, le storie dei nostri conterranei. A loro, il nostro profondo grazie per averci fatto sentire, ogni giorno, parte di questa comunità di memoria. 

Come sempre quando ci sono date importanti, a un anno dalla pubblicazione, è bello ricordare tutti i luoghi, i tempi e le persone che abbiamo vissuto. A chi ha organizzato, a chi c’è stato, a chi ha letto, a chi ci ha accompagnato il nostro grazie. 
  • 22 Novembre Cosenza, Teatro dell’Acquario 
  • 9 Dicembre, Roma Sparwasser 
  • 30 Dicembre Sommatino con le e associazioni "Filippo Terranova", "Gispo Donne" e dell'amministrazione comunale.
  • 9 Febbraio Perugia con verso il 21 marzo con Libera Umbria 
  • 24 Febbraio Catanzaro, Corso di Sociologia Umg e Fondazione Umg 
  • 14 Marzo Lentini “100 passi verso il 21 marzo“, giornata della memoria di tutte le vittime delle mafie dell’associazione Libera.
  • 15 Marzo Catania “100 passi verso il 21 marzo“, giornata della memoria di tutte le vittime delle mafie dell’associazione Libera.
  • 6 Maggio Vibo Valentia con Libera Memoria Calabria 
  • 7 Maggio Crotone con Libera Crotone 
  • 11 maggio A Taurianova ospiti dell'Azione Cattolica e della amministrazione comunale
  • 19 Maggio Roggiano Gravina nel percorso "Comunicare la legalità" della Cooperativa sociale Ohana e dell'associazione sociale e culturale "Il grillo parlante".
  • 19 Maggio Itgc San Marco Argentano 
  • 8 Giugno Lamezia Terme con il Il Centro "Riforme - Democrazia - Diritti"
  • 24 Agosto Santa Agata D’Esaro iniziativa “Calabria tra le righe”
  • 9 Settembre- Università Itinerante Unimi-Cross- Isola di Capo Rizzuto 
  • 7 Ottobre Lappano iniziativa “Libriamoci a Lappano”
Un anno in giro, in contesti diversi e modi diversi, un anno in cui forse avremmo voluto qualcuno in più accanto a noi, in cui abbiamo a volte sentito la mancanza proprio di quella comunità di memoria in cui onore e dignitudine è nato. 

Un anno davvero pieno di contenuti, riflessioni, emozioni, di idee. Di persone incontrate, di mani strette, di viaggi. Le piccole storie di onore e dignitudine sono state accolte con una cura che non ci aspettavamo, segnale forse che mai come ora sia necessario mettere a lavoro le categorie, rintracciare nuovi modi per leggere il fenomeno mafioso. Innumerevoli le immagini che abbiamo in testa, da Cosenza a Roma, da Sommatino a Catania, da Perugia a Isola capo Rizzuto. Diversi contesti e diversi modi in cui leggerlo. E poi la ricchezza delle ragazze e ragazzi da Perugia a San Marco Argentano, delle studentesse e degli studenti dell’università di Catanzaro. “Ho letto il libro e ho capito che sono una donna libera, che non posso stare dietro ai comandi del mio fidanzato” mi ha detto a fine incontro una ragazza di un liceo nella provincia di Cosenza. “Grazie, perché non mi rendevo conto prima che la ‘ndrangheta fosse così vicina”, ci ha detto un ragazzo e ancora “grazie, con il vostro libro mi avete fatto venire voglia di impegnarmi”. Commenti così potremmo riportarne tanti, molti sono scritti nei nostri quaderni, negli appunti di viaggio. 

E’ stato un anno duro per noi tre, intenso ma vissuto insieme. Onore e dignitudine non si ferma, continueremo a viaggiare, qualcosa di importante è cambiato, ma noi ci siamo. 
Il ringraziamento più grande va allora a noi tre, alle nostre scelte di dignità, alla nostra amicizia, alle nostre ferite dalle quali siamo già ripartite. Al nostro essere donne, amiche, del sud. A voi, Ludovica e Norma. 



mercoledì 2 novembre 2016

“Buon impegno per la libertà”




“Pronto”
“Buongiorno, sono Sabrina Garofalo, cercavo… Tina Anselmi”
“Sono io…”
Nei miei anni di impegno associativo il tema della lotta per la libertà è sempre stato trasversale e presente in ogni iniziativa. E così che un bel po’ di anni fa, insieme a un gruppo “sovversivo” interno all'associazione di cui facevo parte, decidemmo di metterci a cercare un contatto con Tina Anselmi, per avere con lei un momento di confronto e di formazione (eh sì… è sempre stato un mio cruccio) sui temi della partecipazione e della liberazione da ogni forma di potere. Dopo aver cercato negli elenchi ufficiali, sui siti istituzionali, un po’ per gioco, un po’ per curiosità decidemmo di cercare il numero in quel luogo che ormai sembra antico: l’elenco delle pagine bianche. Anselmi Tina, Castelfranco Veneto. C’è un numero, provo. 
E’ lei che mi risponde, io balbetto, so di avere dall'altro capo del telefono un pezzo importante della storia, della mia storia. La sua voce mi accoglie, parliamo della iniziativa che volevamo organizzare, e da lì parliamo delle giovani donne, della partecipazione associativa come forma di impegno politico, della democrazia. 
Vivo il grande privilegio dell’insegnamento, e ho la possibilità di raccontare questa storia alle studentesse e agli studenti del corso di Sociologia generale. Parlo della storia delle donne, della contro-narrazione necessaria se si vuole conoscere e andare alle radici della democrazia, della libertà. Mostro loro le foto delle partigiane, leggo loro le loro testimonianze, come queste parole di Tina Anselmi :
“Mi hanno chiesto di fare la staffetta e, quando la Resistenza è esplosa con tutta la sua forza, con la bicicletta facevo centoventi chilometri ogni giorno. Una delle conseguenze della guerra era un'usura fisica. Eravamo consapevoli che se l'Italia non avesse partecipato ai processi di Liberazione del nostro Paese avrebbe avuto delle conseguenze negative. Quando De Gasperi andò a Parigi per tutelare gli interessi dell'Italia disse agli Alleati che non era vero che tutta l'Italia fosse fascista; c'era un'Italia che combatteva per la libertà, che voleva conquistarla insieme agli alleati. Era difficile potersi salvare. Chi era disposto a rischiare la propria vita, il proprio futuro pur di offrire aiuto agli alpini, artiglieri, agli ex prigionieri? Chi si prestava per salvare questi giovani, che erano poi i nostri compagni di scuola, i ragazzi con i quali avevamo combattuto sino a pochi giorni prima? Se volevamo provare il rischio della risurrezione, i partigiani salivano in montagna più per salvare noi che loro stessi. Quei giorni e mesi sono stati terribili, dolorosi, li abbiamo vissuti non sapendo mai se un domani avrebbero rappresentato per noi la libertà o una fuga, che ci permetteva però di guardare al domani con più speranza. Bisognava scrivere la parola «fine»! Noi, come partigiani, c'eravamo assunti il compito di scrivere questa parola. Fine alla guerra, fine ai combattimenti, alle torture, fine ai dolori e alle tragedie che si vivevano nei nostri paesi. Tutto questo lo abbiamo voluto, l'abbiamo pagato, perché questo potesse realizzarsi.”
Sono incuriosite e incuriositi, non conoscono questa storia. Domandano, parliamo della Resistenza, dei giovani calabresi partiti per lottare contro il fascismo, da qui verso le Alpi. Le ragazze cambiano lo sguardo, spero intuendo che se sono sedute tra quei banchi, lasciando le loro famiglie nei piccoli paesi dell’hinterland catanzarese, è anche per giovani come Tina.

C’è un filo che lega il passato, a questo presente, che passa attraverso quella telefonata. Dal micro al macro, come sempre. C’è quel legame storico, quella eredità che ci sentiamo addosso, c’è quel pezzo di storia da portare avanti con determinazione. C’è la storia della nostra democrazia, della nostra Costituzione. Oggi pensare a Tina Anselmi, proprio oggi poi in Calabria, ha il sapore della amarezza più profonda. 

Come ci siamo arrivate a questo punto? Me lo chiedo, e ce lo chiediamo in molte. 

C’è l’umiltà profonda, (non quella che è sinonimo di mortificazione verso gli altri) di una donna con la sua storia che risponde al telefono, che si scusa mille volte per non poter venire in Calabria perché “non sto molto bene”, c’è la cura, attenta della scelta delle parole di incoraggiamento, di augurio, di speranza verso una lotta che ormai è nostra. Sentirmelo dire da lei, lo assicuro, è esperienza che ancora commuove. Da giovane, da donna, da nipote del partigiano Eugenio Garofalo. 

“Buon impegno per la libertà”, mi salutò così… non lo dimenticherò mai.
“Anche nei nostri paesi abbiamo voluto ricordare qualcosa che io credo debba avere un valore per sempre: se vogliamo non rivivere queste tragedie dobbiamo esserci, non c'è altra strada. Se vogliamo che la democrazia cresca nel nostro Paese, dobbiamo tutti partecipare a questa crescita, a questo cambiamento. Se ci siamo vinceremo nel nome della libertà e della pace” Tina Anselmi