La rotta...

La cosa più importante per chi non ha potere è avere almeno un sogno
Da "La terrazza proibita" di Fatima Mernissi

giovedì 25 aprile 2019

Caro Nonno, se fossi qui, oggi ti racconterei....



Caro Nonno,
come ogni 25 aprile mi ritrovo qui a pensare a come la memoria della nostra liberazione possa essere tradotta in pratiche, idee, azioni. E come ogni 25 aprile penso a cosa ti racconterei, sei fossi qui, a cosa vorrei dirti sulle nostre vite, le nostre terre, il nostro futuro.

Se fossi qui, oggi, ti racconterei quanto sia difficile costruire memoria in una terra che sembra avere la memoria corta, che sembra dimenticare il sacrificio di chi come te, partendo da lontano, ha lottato per la nostra libertà. Ti racconterei che in questa provincia la memoria istituzionale del 25 aprile sta venendo meno, facendo del male alla nostra bella Costituzione.

Ti racconterei che tante sono le persone che costruiscono accoglienza e solidarietà, come le persone che accolsero te, affamato ed infreddolito nelle montagne piemontesi. Ti direi che anche questo sono pratiche di resistenza.

Ti racconterei  che, anche qui nel paese in cui sei nato è vissuto, c’è chi continua a costruire odio e divisioni rimanendo fermi e guardando al passato. Ma c’è chi continua a credere nella democrazia, rivendicando spazi di dissenso.

Ti racconterei della bellezza di aver scelto di restare in Calabria, della consapevolezza di voler restare e costruire. Ti racconterei della fatica quotidiana del creare legami, del credere nella possibilità di essere e fare comunità, del mettersi insieme per costruire, mettendo da parte egoismi e inutili fardelli.

Ti racconterei della rabbia che nasce dal vedere ingiustizie, sopraffazioni e rassegnazione. Di quel potere che si insinua nelle vite ma soprattutto, ti racconterei,  di tutte le vie di fuga, le possibilità e le alternative che si costruiscono silenziosamente.

Ti racconterei di quanto siano belle le tue montagne, di quanti si battono per difendere i nostri splendidi luoghi dalla violenza di chi non li ama.

Ti racconterei di quei genitori che muoiono lottando per conoscere la verità ed avere giustizia per i propri figli, di come le loro storie siano moniti per chi crede alla necessità della lotta per la liberazione dalla ‘ndrangheta. 

Ti racconterei di figli emigrati, allontanati da una terra che memoria non ha. Ma ti racconterei della passione di chi ha promesso un impegno, di chi non si è arreso, di chi va avanti lottando, testimoniando, crescendo.

Ti racconterei che lo studio e la ricerca rimangono sempre più spazi di resistenza, strumenti per chi ha scelto di non essere superficiale, ma di andare a fondo per comprendere, denunciare e proporre.

Ti racconterei delle donne del sud, che continuano a credere nella possibilità della felicità, scegliendo di liberarsi dalla violenza maschile e maschilista, di vivere le proprie vite autodeterminando scelte, corpi e pensieri.

Ti racconterei di chi porta il tuo nome con orgoglio, vivendo con serietà e passione la difficile professione medica, scegliendo di restare in Calabria.

Ti racconterei di mio padre, che non smette mai di ricordarci che “il nonno ha lottato per la libertà e la democrazia. Vale sempre la pena di lottare!”.

Ti racconterei della vita che verrà e di quanta emozione ci sia nei nostri occhi pensando alla responsabilità di dover trasmettere i tuoi valori e il desiderio di libertà.

Buon 25 aprile, partigiano Eugenio Garofalo,
buona lotta per la libertà.

venerdì 8 marzo 2019

25 anni di "Le donne, la mafia". Grazie Renate Siebert.




L’8 marzo 1994, 25 anni fa, viene pubblicato “Le Donne, la mafia” di Renate Siebert.

“Voglio comprendere a partire da un punto di vista di donna e voglio dare voce alle donne che per un motivo o per un altro si sono trovate invischiate in faccende di mafia. Cerco di unire l’ascolto dell’esperienza soggettiva della mafia con un’analisi teorica” (Siebert, 1994 p. 17). Con queste parole, si diede inizio a un nuovo percorso di studio, riflessione, impegno nato all’indomani delle stragi di mafia degli anni novanta.
Un testo, che è insieme esperienza soggettiva, analisi profonda della realtà mafiosa, dialogo con la teoria: una ricerca che racchiude la forza rivoluzionaria dell’utopia che non ha paura di andare in profondo, di ripartire - come la stessa Renate Siebert scrive con Assia Djebar - dalle ferite.
Ferite che parlano di morte, angoscia e violenza, del potere mafioso che annulla diritti e libertà, di quella “banalità del male” che “devasta il tessuto democratico della società”. Diritti e libertà ottenuti dalle donne con fatica nei contesti occidentali, e negati nei contesti di signoria territoriale delle mafie, laddove la lotta per il riconoscimento della propria individualità diventa un atto rivoluzionario.
Attraverso l’analisi del quotidiano, Renate Siebert lavora altresì sulle implicazioni soggettive, sulla dimensione “etica della nostra convivenza quotidiana, con un fenomeno che volendo o no ci riguarda tutti”. E proprio perché ci riguarda, è necessario comprendere le conseguenze che la costruzione di un immaginario mafioso implica sulle donne, rafforzando ruoli e aspettative, condizionando le vite nella  dialettica, smascherata in  questo testo, tra Eros e Thanatos. E’ infatti in  questa ricerca che, per la prima volta, si mette a fuoco questo semplice movimento – fatto di scelte, complicità e rotture - tra la vita e la morte, tra l’amore e la violenza, tra la vita e le mafie.
Tutto ciò è costantemente attraversato dall’imperativo etico del “non dimenticare”, della memoria che diventa pratica, che diventa legame: “Credo che sia importante costruire solidarietà con le donne vittime di mafia. Dobbiamo insieme rompere i silenzi e dare sempre più voce a loro, non lasciarle sole, ricostruire le loro storie, costruire una memoria storica dei loro gesti, mettere a fuoco la loro soggettività”.
A 25 anni di distanza, questo libro è il riferimento per tutte coloro che in questi anni hanno voluto leggere le mafie rimanendo fedeli a questo metodo, a questo stile. Un “classico” di un’attualità e di una necessità che lascia senza parole. Perché non solo Renate Siebert ha dato vita a una nuova prospettiva, ma ha dato dignità  a una nuova attenzione verso le donne, che in questi anni è diventata tensione costante tradotta in percorsi, scelte e modalità di lotta che hanno attraversato lo stesso movimento antimafia. Leggere oggi “Le donne, la mafia” ci costringe a ribadire con forza la necessità di affrontare lo studio alle mafie ripartendo dal quotidiano, di affiancare le vite delle donne che muovendosi tra Eros e Thanatos, scelgono di vivere.

Chi scrive non può tacere l’importanza che questo testo ha avuto nella propria vita. Quella necessità di fare ricerca – perché sì, è una necessità se si vuole lottare per il cambiamento senza adeguarsi alla superficialità di analisi in cui stare sicure - e di rimanere fedeli a metodo, stile e rigore. Parole che hanno influenzato la mia vita da ricercatrice, ma ancor più di donna calabrese. Perché quando ci si sente parte di una storia, quando si ha la meravigliosa possibilità di riconoscersi allieve e di avere Maestre, quando non ci si sente sole, allora tutto - la lotta, lo studio e la ricerca - continuano ad avere senso.
Non è questo il luogo per approfondire oltre: ci saranno luoghi e strumenti accademici per rendere omaggio a “Le donne, la mafia” e a questi 25 anni di studio.
Questo pezzo vuole essere solo un pensiero di gratitudine profonda verso Renate, la mia Maestra, verso questi anni di accompagnamento e di crescita, da donna, da ricercatrice, rimanendo sempre attente alla tensione - a noi cara - verso il “poter essere”.

mercoledì 21 novembre 2018

Una "sospensione"che fa male.





Ricordo bene quando al termine di un pranzo conviviale e gioioso ci comunicò di aver ricevuto una proposta, una di quelle sulle quali riflettere insieme, una di quelle che ti cambia la prospettiva, ma che – finalmente - ci dava la possibilità di contribuire dall’interno. Con Carlo Tansi ne abbiamo fatte di cose. 
Nell’allora coordinamento territoriale di Libera a Cosenza avviammo un percorso serio e concreto sui reati ambientali, formandoci insieme, lavorando come matti. Affiancati e affidandoci a una competente equipe di ricercatori e tesisti abbiamo presentato esposti e denunce seguendo quel bellissimo principio in base al quale, la ricerca scientifica può (e deve) essere messa a servizio del territorio e del bene comune.  Lo abbiamo fatto, firmando esposti e costruendo rete, aspettando risposte dalle istituzioni, diffondendo sui mezzi di comunicazione e di informazione con l’obiettivo di informare, per far conoscere, per poter distinguere.  E quante persone abbiamo fatto innervosire… come quando abbiamo rischiato di prendere le botte a Paola, o quando qualcuno andò a fermarlo su una frana a Spezzano…

Ne parlammo e lui accettò,  consapevoli dall’inizio che sarebbe stata molto  dura, quasi impossibile…ma sapendo di poter portare in Regione Calabria quello stesso stile di impegno che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Con ruoli e situazioni differenti, ma con lo stesso obiettivo: rendere più bella la nostra terra. E la passione non è mancata, anzi, come nemmeno sono mancati i momenti di scoraggiamento. In silenzio mai, ma ad alta voce – e con ogni  mezzo urlando dissenso sempre però proponendo soluzioni, alternative e scelte possibili. La sospensione “al novantesimo” che Carlo Tansi ha subito certo fa riflettere. Fa anche male - mi permetto di dire - alla nostra terra che ha tanto bisogno di persone competenti. Il dissesto idrogeologico è causa di morte, e siamo stanchi di vivere nella costante emergenze di qualcosa che viene poi dimenticato. Non c’è tempo di stare dietro a cavilli, interpretazioni, strategie e giochi. C’è in gioco il futuro della nostra terra, e a me non va di scherzare.
Dimostrare solidarietà su un social è troppo facile, ma serve anche questo. E serve poi però affiancare scelte serie e lavorare affinché chi come Carlo Tansi ha lavorato senza un attimo di tregua in questi anni, possa continuare a dare il proprio prezioso contributo. Io da amica continuo a condividere lo stile, l’impegno e la serietà, ma lo faccio ancora di più da cittadina calabrese.  Consapevoli anche che una “sospensione” non ci ha mai fermato.


sabato 27 ottobre 2018

Per non dimenticare Barbara e il suo desiderio di libertà.




Seduta nel mio soggiorno, guardo la schermata Skype. Attendo il collegamento con Amelia, magnifica cittadina umbra. Oggi è 27 ottobre, ed è una di quelle date che ormai scandiscono il tempo che scorre in un richiamo costante al nostro impegno. 
Il 27 ottobre Barbara Corvi è sparita, 9 anni fa. Sono emozionata, avrei voluto essere là, perché lo sappiamo quanto è importante “starci”, fisicamente. Ma questo collegamento Calabria-Umbria è simbolicamente altrettanto forte. 
Quella di Barbara è una storia che richiama alla memoria tante storie di donne, che del potere maschile e maschilista, del potere di tipo ‘ndranghetistico sono state vittima. Richiamare alla memoria per noi significa tanto. Significa lasciare che il ricordo diventi rivoluzionario, significa riconoscere il valore politico di chi trasforma il dolore privato in un atto politico, pubblico.
E’ per questo che non si può smettere di chiedere verità per Barbara. Non possiamo non farlo. Non dobbiamo farlo. Perché fare memoria di Barbara è fare memoria della vita, della libertà, del suo sorriso. Lo hanno scritto le organizzatrici dell’iniziativa: “Per non dimenticare Barbara e il suo desiderio di libertà”. Nelle foto diffuse in questi giorni Barbara è sempre sorridente. 
Barbara amava la vita, Barbara amava. 
Sparire e scomparire sono verbi che etimologicamente sono il contrario di apparire, di comparire. Chi ha fatto sparire Barbara voleva renderla invisibile. Non lo sanno invece, che la forza delle donne che di lei costruiscono memoria e chiedono verità ha reso ancora più visibile la sua bellezza, il suo sorriso, il suo desiderio di libertà? No, non lo sanno. Non lo sanno che facendola sparire hanno reso quel desiderio di libertà ancora più forte. Siatene certi. Se il vostro intento era quello di annullare una donna, avete perso. Barbara non c’è, ma il suo desiderio di libertà non lo fermerete mai.

martedì 4 settembre 2018

Mario ci lascia uno stile


Mario Congiusta non ci lascia solo una grande eredità, Mario ci lascia uno stile


Le mie parole per ricordare un caro amico



https://www.articolo21.org/2018/08/mario-congiusta-non-ci-lascia-solo-una-grande-eredita-mario-ci-lascia-uno-stile/

mercoledì 17 gennaio 2018

Era il 19 gennaio del 2014, e facemmo una promessa.




Era il 19 gennaio del 2014, e facemmo una promessa. La promessa di un impegno, la promessa di raccontare, parlare, di denunciare. La promessa che avremmo fatto qualcosa per questa terra, amara terra di Calabria. Ne ho scritto una sola volta, qualche giorno dopo, con parole che rileggo ora a fatica, e che sì, sono pugni dritti nello stomaco.  

Da subito lo abbiamo capito, Nicola Campolongo- dobbiamo ora avere il coraggio di dircelo- poteva essere salvato. E questo peso enorme io, nella responsabilità che allora vivevo come referente provinciale di Libera e prima ancora come cittadina calabrese me lo sono sentita, e me lo sento ancora, premere forte sul petto. Perché sì, non viviamo in una società sana, non viviamo in un territorio libero, non viviamo se permettiamo che un bambino di tre anni possa essere intenzionalmente ucciso in una guerra di ‘ndrangheta. 
Le domande che scrivevo del 2014 hanno trovato amare risposte durante il processo, alla luce di dichiarazioni e testimonianze che altro non hanno confermato:  Nicola era considerato come lo scudo umano da parte di chi avrebbe dovuto amarlo incondizionatamente. E fa rabbia, tanta rabbia rendersi conto che se le cose avessero funzionato, se istituzioni competenti fossero intervenute, se chi stava vicino se ne fosse reso conto, Nicola adesso sarebbe ancora vivo. 

Ma quel giorno abbiamo fatto una promessa, che avremmo continuato a lavorare come stavamo facendo da tempo- ed è giusto adesso non negare anche questa storia- per attivare percorsi di trasformazione, crescita di questo territorio così poco nominato come l’Alto Ionio Cosentino. E così è stato. 
Ci abbiamo creduto, abbiamo fatto fatica a restare, abbiamo battuto i pugni su tavoli istituzionali e su tavolate informali. Abbiamo progettato, formato, abbiamo creduto che il cambiamento potesse passare da un segno importante e reale. A me ad un certo punto, è stato impedito di esserci, di esserci fisicamente, ma non ho mai smesso. Abbiamo urlato quando abbiamo potuto, e abbiamo fatto urlare soprattutto i nostri silenzi. Ho versato lacrime di paura, ma poi lacrime di gioia davanti a una firma finalmente posta. Anche quando sembrava tutto inutile non abbiamo smesso. Anche quando quel segno ci è stato tolto e ci siamo trovati smarriti dinnanzi alla solitudine e a scelte che mai comprenderemo. In una terra lontana costruendo ponti, ho versato lacrime di rabbia e di delusione. E la tentazione di buttar tutto all’aria, e di lasciar perdere. 

Ma quel 19 gennaio ho fatto anche un’altra promessa. Avrei continuato a parlare di Cocò- perché così lo avremmo poi sempre chiamato- ovunque, ovunque mi sia capitato di poter avere parola. E ancora. Ho promesso che saremmo stati noi- quel noi vero, quella comunità di memoria di cui sono parte- i familiari di Cocò. Perché sapevamo che quel sentire dentro di noi era un legame forte con questa terra, un legame non spiegabile che lega la memoria all’impegno. E così, non potevamo lasciar perdere, perché gli occhi grandi e scuri di Cocò sono stati la spinta, la motivazione, quel “ne vale la pena” che fa andare avanti.
Nessuno lo ha scritto, nessuno ne ha fatto notizia. Ma quei quasi 90 ragazzi che hanno fatto veramente domanda per partecipare ad un percorso formativo per la progettazione su un bene confiscato alla ‘ndrangheta hanno compiuto un atto rivoluzionario. Così come tutti coloro che nonostante tutto, nel silenzio, in quel territorio ci son stati prima e ancor più dopo quel 19 gennaio e dopo le delusioni e le ferite delle possibilità mai diventate speranza. Persone che ci sono ancora, e che a fatica costruiscono. A me ancora viene impedito di esserci fisicamente – con motivi per altro, altamente discutibili – ma non ho mai smesso di crederci, di trovare piccoli spazi per raccontare, condividere, fare memoria. 

Rimane la rabbia, perché anche dopo la morte di Cocò, dopo l’interesse che il resto del mondo – Papa compreso- ha avuto per questa vicenda ancora qui si fa fatica. Si fa fatica a restare insieme, a costruire, a scegliere da che parte stare. Si fa fatica persino a aggiungere la parola anti-’ndrangheta quando si organizzano le manifestazioni.

Io faccio fatica, perché quel peso sul petto a me è rimasto, e fa male. Perché sento di non essere stata in grado di mantenere quelle promesse come avrei voluto. Ma continuo a crederci.
Ora che c’è bisogno di fiducia, di possibile che diventa speranza e realtà. Continuo a crederci perché so che c’è chi non guarderà sé stesso riflesso nello specchio mediatico, so che c’è chi agisce e vive in Calabria pensando a Cocò, a tutte le vittime innocenti della ‘ndrangheta. Perché solo così, ripartendo da quei legami con le storie, con le persone, quel sentirsi parte, sentirsi familiari, potremmo sognare di costruire percorsi di liberazione e di libertà. 

Lezioni di antimafia Sconfiggere la mafia. Chiunque può fare qualcosa
 Il diritto di avere diritti in Calabria
27 marzo 2017

Il diritto di avere diritti. Radio Popolare

sabato 6 gennaio 2018

Buon 2018 tutto da scrivere...



Io scriverò 

perché a volte ho mostrato anche i denti

perché non potevo vivere altrimenti

io scriverò sul mondo e sulle sue brutture

sulla mia immagine pubblica e sulle camere oscure

sul mio passato e sulle mie paure.

(Rino Gaetano, Io scriverò) 

Ci penso da qualche tempo, ci penso da quando era diventato un peso che ricordava delusioni e dolori. Ci penso quando tutti intorno ti ricordano che devi produrre di più per superare asticine immaginarie intorno alle quali stiamo costruendo le nostre vite di ricercatrici precarie. 
Ci penso per forza, da un pò. In molti me lo hanno ricordato, e vi ringrazio.
Ma scrivere vuol dire riconoscersi serene e tranquille di quello che si decide di mandare come messaggi, nella bottiglia. 
Quella serenità e sicurezza che mi sono lasciata portar via da logiche che mai capirò, e che mai giustificherò. Sono stata ferma sei lunghi mesi, e li ho attraversati tutti. 
Ora ci riprovo, perchè ci sono donne che come me corrono coi lupi che me lo hanno ancora una volta ricordato. Scrivere, perchè è il nostro modo di raccontare, di cambiare narrazioni e di trasformarci, come sempre, partendo da noi. 

Buon 2018 tutto da scrivere...

venerdì 1 settembre 2017

31 d'agosto, c'è una storia che nasce …



Lo abbiamo cantato per anni, e non avrei mai pensato di poterlo mai dire. Il 31 agosto, il 31 d'agosto 
c'è una storia che nasce ….
E questa storia è la mia, quella che sto riprendendo in mano e che sono felice di continuare a costruire. E’ una storia fatta di progetti, sogni, speranze. Lavoro, ricerca, studio e impegno. E tanto, tanto altro.
Messaggi nella bottiglia che avevo abbandonato in mare e che adesso sono pronta a raccogliere. 
E perché no, a scrivere.
Ho attraversato un brutto momento, uno di quelli in cui il mondo che credevamo di aver costruito si frantuma in un secondo, rimettendo in discussione tutto e in gioco il nostro essere. Ho fatto fatica, ma non sono stata sola, mai. 
Per cui comincio, ringraziando chi non mi ha mai abbandonato dandomi la forza per andare avanti. 

Chi è nella mia famiglia roccia sicura e supporto infinito,
chi con me ha scelto di costruire una casa, una vita.
Chi ha viaggiato per un giorno per abbracciarmi forte forte,
fimmine orgogliose e sorridenti
Donne, femministe sì, sedute in fila perché la presenza è politica.
Donne che elaborano, e progettano.
Chi costruisce ponti, e chi li attraversa,
chi mi ha ricordato sempre chi sono, 
anche quando sono stata io a non crederci.
Chi mi ha chiamato, volendomi di nuovo in squadra,
chi mi ha abbracciato, felice di rivedermi.
Chi mi ha aperto a nuove strade,
chi mi ha preso per mano, con un orsacchiotto nell’altra.
Chi ha scelto di stare con me, non dalla mia parte,
come sempre.
Chi mi ha scelto come prof… e le piccole grandi rivoluzioni.
Chi mi ha scritto frasi bellissime, donne giovani con le quali guardare oltre. 
Chi mi ha insegnato che la dignità viene dalla sofferenza,
chi ha cantato con me in macchina “ad esempio a me, piace il Sud”.
Chi ha gioito con me delle belle novità,
chi ha dimostrato di avere stima, e di volermi bene.


martedì 25 aprile 2017

Caro Nonno, se fossi qui ti racconterei...





Caro nonno,
ti scrivo così, perché questo 25 aprile arriva in un momento di riflessione profonda su quello che sta succedendo e su quello che siamo. Quante volte avrei voluto raccontarti delle mie scelte e della mia vita, ma te ne sei andato troppo presto e così, il tuo ricordo ci ha accompagnato diventando, senza che nemmeno ce ne accorgessimo, parte di noi stessi. Abbiamo conosciuto il grande uomo che eri, buono e onesto, e abbiamo conosciuto di te la tua scelta di giovane calabrese, partito per combattere come partigiano. Per combattere per la nostra libertà. 

Se fossi qui, ti racconterei di come sia emozionante cantare Bella ciao insieme a giovani turchi che ora devono lottare per una libertà sempre più impedita e desiderata.
Ti racconterei di tante donne e uomini che ho visto arrivare su una grande barca, cercando la libertà che nei loro paesi non esiste. Ti racconterei dei loro applausi al porto, dei saluti da lontano, dei baci lanciati. Ti racconterei di bambini già grandi, che prendono per mano le loro madri per portarle verso una nuova vita. Ti racconterei dei tanti volontari e volontarie che per ore sotto al sole non smettono di prendersi cura di queste persone, col sorriso, con professionalità e con un pallone in mano per ridare ai bambini almeno una parvenza di infanzia giocosa. Ti racconterei di come guardandoli, mi sono sentita orgogliosa di essere calabrese. 

Ti racconterei che ho vissuto questo perché ho scelto di fare dello studio e della ricerca uno strumento di lotta, di conoscenza che costruisce libertà e consapevolezza. Ti racconterei anche, di come sia complesso e faticoso, a volte quasi fino all'abbandono, continuare a vivere un precariato che è potere nelle nostre vite che impedisce scelte e a volte, allontana i sogni. Ti racconterei però, di quella ricerca precaria che non si ferma, che va avanti perché alla passione non c’è potere che tenga.

Ti racconterei caro nonno, di come non sia semplice essere donne impegnate, costantemente costrette a dimostrare qualcosa in più. Ti racconterei delle meravigliose donne di questo sud, fimmine, che non hanno perso la soggettività conquistata e che costruiscono ogni giorno la bellezza dell’alternativa e della possibilità concreta. E di tutte le persone che costruiscono percorsi di contrasto alla violenza maschile che uccide donne che scelgono di essere libere. 

Ti racconterei del desiderio di partecipazione, di voler pensare e contribuire al bene comune, immaginando una politica sana e senza altri fini se non quelli della tutela della democrazia. 

Ti racconterei di come scegliere da che parte stare sia semplice e allo stesso tempo così faticoso. Ti racconterei di come lottare per la libertà oggi in Calabria, significa lottare anche contro la ‘ndrangheta, che sai, da queste parti non si nomina molto. Ti racconterei della dignità- prima forma di lotta- che ci insegnano i familiari delle vittime innocenti del potere mafioso, di come la loro esperienza di cittadinanza oggi sia mattone fondante della democrazia e monito costante e impegnativo. 

Ti racconterei certo, del disagio che provo ogni volta che vedo la parola resistenza usata da chi è pronto a tradirla senza ripensamenti, quando si vuole imporre forme di lotta seduti e con tastiere in mano, oppure cantando in aule gremite e telecamere in prima fila.

Ti racconterei soprattutto, di chi ogni giorno e nel silenzio costruisce, passo dopo passo, spazi e tempi di riscatto. Ti racconterei dei tanti giovani che in un pezzo di Calabria quasi dimenticato, hanno scelto da che parte stare, avviando un percorso per ridare alla società un bene che era stato acquisito col malaffare. Ma ti direi anche, di come, a volte, ci si senta soli in questa lotta. 
Ti racconterei però, di come sia bello e importante esserci, a testa alta, contrapponendo a chi impone con la paura, chi si impegna con tanta passione. Ti racconterei di come sia confortante sapere che i percorsi continuano anche se si è costretti a guardarli da lontano. Ti racconterei che fare antindrangheta è difficile oggi, perché l’invasore ha diverse facce, e il suo potere influenza pratiche e decisioni,  di quanto sia difficile difendersi dal “fuoco nemico” e purtroppo, dal “fuoco amico”, che quando poi era molto amico, ha ferito nel profondo. 

Ti racconterei nonno, dei tanti cittadini calabresi che stanno lottando per la bellezza del nostro ambiente e di quelle montagne, silane e presilane, che tu hai conosciuto palmo a palmo e amato profondamente. 

Ti racconterei dei ponti, che continuiamo ad attraversare e a costruire, e di uno in particolare, che ora unisce Milano e la Calabria,  che ha pilastri forti radicati nel terreno della conoscenza e della responsabilità. Ti racconterei di come sia bello e sia salvezza, essere accolti in quegli altrove che sono già casa. Proprio come accadde a te, calabrese partito e accolto dalle famiglie nelle campagne piemontesi. 

Perché sai, caro nonno, per me la memoria è cosa seria, è impegno, è forza rivoluzionaria. 
Quella stessa memoria che mi fa orgogliosamente sentire nipote di un partigiano, e che forse sì, provo a tradurre in forme e modi diversi in un oggi fatto di tante lotte per la libertà. E queste forme sono tante, forse nascoste, e che in parte si possono cogliere nelle parole che ho scritto fino a ora, e nelle esperienze di chi ogni giorno sceglie da che parte stare. Di chi sceglie di amare la Costituzione. 

Buon 25 aprile caro partigiano Eugenio Garofalo,
 buona lotta per la liberazione a chi oggi ha scelto di lottare.

domenica 15 gennaio 2017

...perchè sono vivi!!


Questo blog nasce per dare spazio anche ai silenzi di questa terra. Ci sono storie che legano per sempre le vite delle persone che si riconoscono in una promessa di impegno per la giustizia, la verità, la pace. Ci sono storie come quelle di Pino, un giovane uomo innamorato della vita, come si deve essere alla sua età. Pino viene ucciso per questo, per il suo essere semplicemente un giovane innamorato. La sua storia è un altro monito nel nostro essere calabresi, che ci spinge a non pensare che la ‘ndrangheta sia altro, lontana; a pensare che il potere della ‘ndrangheta penetra nelle nostre vite, nei nostri corpi, nei nostri desideri. 
Ma con Pino, e con Matteo e i suoi genitori la Calabria ha imparato il senso profondo della dignità.
Pino è stato ucciso per “dignitudine”, e la famiglia Luzza ha reagito vivendo e testimoniando il senso più profondo della dignità.
Loro sono stati i primi in Calabria a costituirsi parte civile, a vivere in solitudine la disumanità delle aule di tribunale. Hanno poi costruito, nel silenzio e nell’azione quotidiana, quella domanda di verità e giustizia che è una domanda di dignità anche politica. Insieme a tutte e tutti i familiari delle vittime innocenti di questa terra, dimostrano ogni giorno che se la ‘ndrangheta crede di aver vinto uccidendo, sbaglia. Sbaglia di grosso perché le promesse di impegno radicate nella memoria hanno una forza dirompente, capace di andare oltre la morte, di frantumare dinamiche di potere e di rendere liberi. Sì, la memoria rende liberi.
Per tutto questo a loro, alla famiglia Luzza, e a tutti e tutte i familiari delle vittime innocenti la mia e nostra immensa gratitudine. Quel grazie pieno del senso di dignità, libertà, democrazia.

E il mio grazie a Matteo Luzza, amico fraterno, parte della mia comunità di memoria, referente per i familiari di Libera Calabria, per aver donato questa lettera, queste parole, per questo blog. Sono le parole di un fratello, alle quali non bisogna aggiungere altro. Solo il desiderio di ascoltare, di farle crescere dentro, leggendo anche ciò che a parole non si riesce a dire. Grazie Matteo. 

...perchè sono vivi!!
Era un sabato quel 15 gennaio.
Pino uscì di casa. E non vi fece più ritorno. Per lui, e su di lui, le forze del male avevano concentrato le attenzioni.
Per Pino, 'altri' avevano pensato e immaginato che la sua morte avrebbe portato loro un ritorno in termini di 'potere' e 'onore'.
La chiamano 'dignitudine'.
"Dimostrare di avere il controllo sulla famiglia equivale a dimostrare di avere il controllo sul territorio" - "parlano così tra di loro, parlano dell'onore e della dignitudine, cioè della considerazione che gli altri hanno di te; la dignitudine è quella sorta di intersezione tra i concetti di onore e di riconoscimento pubblico e privato...la dignitudine è ciò che deve essere tutelato nella percezione altrui" (in "Onore e Dignitudine" -Falco Editore-Garofalo/Ioppolo 2015).
Pino vittima innocente di questa mentalità. Una subcultura mafiosa che storpia il vero significato dei termini e delle parole, per conseguire consenso. Usare strategicamente la violenza, colpendo un ragazzo innocente, per conseguire "potere, onore e dignitudine".
Dopo quel tragico evento, nulla è stato più come prima.
Per me, che cresciuto all'ombra di Pino (lui più grande di me di due anni), è stato come perdere parte della tua stessa vita ed esistenza.
Siamo cresciuti in simbiosi. I ricordi. Le uscite. Le piccole liti...ma Pino per me era il 'leader'.
E' successo a tutti noi che abbiamo avuto un fratello maggiore. Ricordo che quando litigavo da bambino con i coetanei...."beh ora lo dico a Pino. Pino mi difenderà". Lui è più forte.
Ricordi ed emozioni che sono sempre lì. Che ti tormentano le notti.
Che ti rincuorano allo stesso tempo, per il sol fatto che ci sono. I ricordi appunto. La memoria.
Il tragico evento, che ti cambia. Ti trasforma. Ti fa provare tanta rabbia, tanto dolore. Tanti perchè..."perchè a noi, perchè alla nostra famiglia. Perchè a Pino".
Ed il dopo.
I giorni dopo. I mesi dopo. Gli anni dopo.
I giorni dopo, fatti di lacrime. Silenzi. Dolore.
I mesi dopo, fatti di prime elaborazioni. E più i mesi passano più questa tua metamorfosi si manifesta. Inizi, o meglio, riesci, con fatica, con dolore, a far uscire dalle tue labbra qualche piccola sommessa parola su di lui. Ma funziona come il mantice della fisarmonica. A piccole aperture, seguono veloci chiusure.
Parli di lui...ma subito ti chiudi. E nuovi silenzi.
Gli anni dopo, fatti di tante cose belle. E' vero. Quando uccidono un familiare, anche il resto della famiglia viene colpito a morte.
Ma la straordinarietà del dopo è altro.
Se hai la fortuna di incontrare sul tuo cammino persone 'speciali'.
Altri che come te hanno subito lo stesso dolore e le stesse sensazioni ed emozioni.
Se hai la fortuna di incontrare sul tuo percorso tanti bei volti e tante belle persone.
E da loro e con loro, tutti quei perchè impari a trasformarli in altro.
Si trasformano in impegno. Impegno a tenere viva ed alta la memoria che non va assolutamente dispersa. Memorie, vero sì, private, ma che messe tutte assieme, diventano per forza di cose, per dovere e senso civico, memorie collettive.
Sarebbe peccato mortale e grave, ucciderli una seconda volta.
La si darebbe vinta alle forze del male, che preferiscono il silenzio e la rassegnazione.
Ti rendi conto che tutti quei perchè, non restituiscono dignità alcuna nè a Pino nè a tutte le vittime innocenti della criminalità organizzata.
Quei perchè devono per forza diventare altro. Devono essere altro.
Ed appunto il 'dopo'. Il dopo fatto di percorsi. Il dopo fatto di impegno. Il dopo fatto di un camminare lungo i sentieri della speranza per ribadire sempre con forza che vince sempre la vita. Vince sempre il bello. Vince sempre la voglia di fare di più.
Il dopo fatto di voglia di mettersi in gioco. Il dopo fatto di belle esperienze che vivi e costruisci.
Il dopo fatto dai volti e dagli sguardi di centinaia e centinaia di ragazzi che incroci, che dicono una cosa sola.
Ci siamo. Siamo con voi. Siamo vicini al vostro dolore e assieme possiamo essere comunità. Fare rete. Elaborare e definire programmi e progettualità per costruire una società più attenta e più responsabile.
Il volto e lo sguardo di altrettanti ragazzi e adulti, che nel percorso della loro vita hanno sbagliato e stanno pagando per le conseguenze di quegli errori.
Ed anche lì, una parola di speranza. Si parla. Si chiacchiera. Ci si racconta e si racconta un dramma ed un vissuto.
E si ascolta. Si ascoltano storie e altrettanti drammi.
E ci si sforza di capire. Comprendere il percorso riparativo. La pena.
Tutto ha un senso.
Il senso per me, di non vedere dall'altra parte solo la persona che ha sbagliato. Solo il criminale. Solo l'assassino.
Ho bisogno, e abbiamo bisogno di non alzare muri.
Ho tantissimo rispetto della sensibilità e dei percorsi dei miei cari amici e fratelli e sorelle, familiari di vittime innocenti della criminalità che vivono in altro modo situazioni così. Le comprendo. Le accetto. Gli voglio bene.
Io sento solo il bisogno, da persona che vive una comunità, quale è Libera, di andare oltre con lo sguardo. Con la mente. Con il cuore.
Andare oltre quella barriera, per non precludere e me stesso, a Pino ed a tutti quei nomi e quei volti la possibilità di guardare l'infinito fatto delle tante cose belle di cui prima.
Perchè sono ancora vivi. Sono vivi in noi. Sono vivi con noi e per noi.
Sono vivi in quell'infinito fatto di speranza e civiltà.

Matteo Luzza

lunedì 9 gennaio 2017

Con eleganza, fermezza, e umiltà. Accanto a Marisa Manzini.




È il 30 dicembre 2016, ultimo giorno della requisitoria del processo denominato “Black Money”. Entrare in un'aula di tribunale è sempre un'esperienza forte, specialmente per i non addetti ai lavori. Soprattutto quando si entra per stare accanto a qualcuno o qualcuna, per un gesto di vicinanza ma anche dall'alto valore politico e simbolico. Perché se la ‘ndrangheta si nutre di "immaginario", è sullo stesso campo che bisogna agire. Se la ‘ndrangheta colpisce il simbolico, è su quel piano che bisogna muoversi.
L’aula è piena di avvocati, familiari degli imputati (tanti e giovani) e giornalisti. Ci siamo anche noi, un gruppetto di donne che su invito del Centro di Women's Studies Milly Villa ha scelto di esserci per stare accanto alla PM Marisa Manzini.
Refrattarie alle passerelle, abbiamo scelto di esserci perché esprimere solidarietà implica metterci la faccia. In altri termini: "starci", vivere quei momenti importanti in cui il potere maschile e maschilista della ‘ndrangheta è visibile, evidente. In risposta a quel “stai zitta tu” che l’imputato Pantaleone Mancuso ha rivolto alla dottoressa Manzini proprio mentre ricordava la storia di Tita Buccafusca, donna suicidata (perché sì, in Calabria il verbo suicidarsi non è solo riflessivo) sono state pronunciate parole dettagliate e chiare rivelatrici dei vari intrecci e modi in cui avviene il radicamento e rafforzamento del potere 'ndranghetista.
Tre giorni, quindici ore di requisitoria conclusasi con numerose richieste di condanna. E, alla fine, "zitta" Marisa Manzini non c’è rimasta. Ha continuato con determinazione, eleganza, fierezza e finezza. Pochi metri la separavano dagli imputati: i "loro" sguardi fissi e pesanti. Si muovevano avanti e indietro, cercando un varco per fissarla tra le spalle degli uomini che ogni giorno la proteggono lontano dai clamori.
Marisa Manzini per questa terra è una presenza preziosa. Perché dimostra a noi tutte, cittadine prima di tutto calabresi, che si può e si deve lottare contro il potere che ci vuole zitte, chiuse, incapaci. Contro quel potere che vorrebbe Procure silenziose e timide. È presenza preziosa perché ci dimostra che si può non cedere alla tentazione della mascolinizzazione, e che la lotta alla ‘ndrangheta si deve portare avanti rimanendo se stesse, donne. E’ presenza preziosa perché è quel pungolo nelle nostre coscienze che ci invita a non stare ferme, a muoverci con eleganza, fermezza, e umiltà.
Poi ci siamo noi: in piedi accanto o sedute dietro. Non siamo molte, ma ognuna di noi si porta dietro una storia importante, fatta per Giovanna e Marta di un intreccio generoso tra avvocatura e militanza in Libera, per me fatta di ricerca, studio e militanza antindrangheta. E tra noi c’è Maria Joel, giovanissima donna iscritta al primo anno di Giurisprudenza. Ha gli occhi grandi, un sorriso bellissimo, ha ricevuto il nostro sms ed è venuta, è una giovane militante di Libera a Vibo Valentia. Non ci conosce ma ha subito accolto la nostra proposta, perché è giusto esserci, mi ha detto. Ha lo sguardo emozionato, la osservo mentre guarda con ammirazione la dottoressa Manzini, si vede che è emozionata.

La guardo e penso che sì, c’è speranza.

Che la speranza è in Calabria, vedere una giovane donna in una aula di tribunale che (in un giorno di vacanza) sta accanto - nel significato più intenso di vicinanza- a una donna, magistrata che ha scelto questa terra come terreno di lotta e di dignità. 

sabato 31 dicembre 2016

Buon 2017. Io riparto da qui.



Nel 2016 mi sono state portate via le “cose” più care.
Di tante altre “cose” me ne sono liberata io.

Ma ho trovato nell'essere estranea o straniera, altre “cose” belle, altri modi di guardare e perché no, di vivere. Le “cose” belle di questo anno si contano con le dita di una mano, ma ci sono tante persone intorno per le quali provo immensa e sconfinata gratitudine.

Aspetto questo 2017 e riparto, ancora una volta, da qui.

Da due cuccioli di uomo da veder crescere, da un nido sempre presente, da una vita da costruire insieme.

Da amiche vere, “fimmine”, da progetti da immaginare, da sogni da realizzare.  Da donne che corrono con la natura selvaggia, e che si fermano per brindare.  

Dalle scelte di dignità, e di libertà. 

Da appuntamenti già segnati in una agenda nuova tutta colorata. Da una comunità che mi ha accolto, dal nostro riconoscerci. Dai ponti che si costruiscono, e da uno in particolare.

Dalla paura che solo chi la prova sa, dal coraggio che so adesso, di avere. Dalle poche persone che hanno capito, e che ci sono state.

Dalla mia coerenza, dalla mia forza. Dalle lacrime che ho versato, e da quelle che ho trattenuto.
Dai sorrisi, e dalle risate che ho condiviso.

Dalle macerie di un impegno di una vita, dal desiderio di ricostruire. Dalla mia comunità di memoria, dal mio desiderio di impegno. Dalle delusioni più forti e dalle ferite, ma anche dagli abbracci.

Da chi mi protegge, mi guida, mi ha risollevata dal brutto per ricondurmi nel bello.

Dalle idee, che vanno avanti comunque, nonostante i veti.

Da chi mi ha preso per mano, lasciandomi camminare da sola.

Dal mio essere donna, al Sud.

Dal mio desiderio di lottare contro il potere che controlla desideri e speranze, dalla voglia di scoprirmi soggetto al margine con tutte le possibilità. Dal mio fare politica, dal piacere nel fare e vivere la democrazia.

Dalla terra che mi ha adottato e che è famiglia.

Dalla ricerca, dalla scrittura, dallo studio, dalla passione, dall’università.

Da questo blog.

Dai “miei” studenti e dalle “mie” studentesse, che mi hanno scelta.

Dal mio femminismo ritrovato.

Da matite colorate e da libri da leggere, e da scrivere.

Dalla mia terra, che continuo ancora ad amare.

Dalle sorelle che la vita mi ha messo accanto.

Da chi scelgo e da chi mi sceglie, ogni giorno.

Da mio fratello, che guarda l’orizzonte, e lo fa guardare anche a me.

Auguro a me stessa di ripartire, e di riconoscere gli attimi di felicità.
Buon anno allora, che sia un anno pieno di bellezza!!


lunedì 26 dicembre 2016

Cose belle!


Non scrivo da più di un mese, e mi dispiace. E’ stato un mese pieno di scadenze e cose belle da fare e da vivere. Finalmente seduta metto in ordine i pensieri e proverò a scrivere quanto delle ultime settimane ha attivato percorsi di riflessione e approfondimento, con un minimo di ordine cronologico!

Tra le cose belle delle ultime settimane, il convegno “Esplorare i territori mentali. L’eredità di Fatema Mernissi”. (Info e programma





“Abbiamo fatto una cosa bella”, ce lo siamo dette con Valentina Fedele alla fine di questa due giorni carica di confronto, condivisione, ricerca e studio. Bella perché volevamo mettere in comune esperienze e mondi diversi, facendo dialogare tra loro discipline e ricerche a partire dal pensiero di Fatema Mernissi; bella perché utilizzando le reti informali abbiamo attivato altre reti spontanee e libere che di sicuro continueranno a crescere. Bella, perché intorno a un tavolo le generazioni hanno dialogato nella bellezza e nell’arricchimento reciproco. Negli occhi la curiosità di chi ha sete di sapere, lo stupore di ascoltare, la gioia del riconoscersi in uno spazio condiviso. Ma bella soprattutto perché abbiamo vissuto la possibilità di vivere una “accademia” diversa, senza ansie da giudizio, senza categorie, senza confini, come la stessa Mernissi forse amerebbe dire. Abbiamo immaginato un modo diverso di condividere saperi e esperienze, nella circolarità di un momento denso di contenuti. Abbiamo dimostrato quindi, che è possibile, nonostante la fatica della “ricerca precaria”, costruire quell’idea di università e ricerca che ci tiene radicati e appassionati.


Generazioni. Centro di Women's studies Milly Villa 

Le parole giuste sono sue, a questo punto, sono proprio le sue.

"Dignità è avere un sogno, un sogno forte che ti dà una visione, un posto tuo nel mondo, là dove il tuo operato conta e come. Sei dentro un harem quando il mondo non ti vuole, quando il tuo operato non fa la differenza, e ciò che fai non serve. Sei dentro un harem quando il pianeta gira veloce e te ne stai sepolta fino al collo nel disprezzo e nell'oblio. Nessuno può cambiare tutto questo e far girare il mondo in senso opposto, sta a te soltanto. Se ti elevi contro il disprezzo e sogni un altro mondo, sarà modificato il senso della terra. Ma quello che devi evitare ad ogni costo è che il disprezzo ti penetri dentro. Quando una donna crede di non valere nulla piangono i passerotti. Chi li difenderà sulla terrazza, se un mondo senza fionde, non lo sogna nessuno?"

Fatema Mernissi, La terrazza proibita

martedì 22 novembre 2016

Riflessioni a partire dal bestiario di una giovane donna impegnata







E niente, proprio non gli va giù. Ad alcuni uomini proprio non va giù che ci sia una donna, magari giovane, a occuparsi e magari impegnarsi nel grande mondo del movimento anti-‘ndrangheta in Calabria. 
Sì, lo so. Quello che sto per scrivere farà “mormorare” in molti, ma un po’ per ridere ma molto sul serio, voglio condividere un pezzettino delle tante cose che mi sono sentita dire e degli atteggiamenti vissuti- e subiti-  negli ultimi dieci anni. 
L’occasione è arrivata oggi, quando l’uomo in questione, evidentemente a disagio dinnanzi all’ennesima richiesta di silenzio da parte mia e dei suoi colleghi, probabilmente turbato dal mio ricordare le vittime di ‘ndrangheta e il ruolo della memoria nella didattica radicata nei territori… ha deciso di interrompermi con modi e parole poco consone, diciamo così, al contesto in cui ci trovavamo. Rimproverandomi di non essere in linea con le sue “aspettative” ha, casualmente, deciso di contestare me e non il collega (adulto maschio) che mi aveva preceduto sulla stessa linea. 

Eh sì, una giovane donna che ti chiede di prestare attenzione, e che magari se la prende pure l’attenzione, proprio non si sopporta. Rigorosamente dandomi del “tu”, perché il prof si sa, è maschio. Ma io no, io sono “la signora” o "la ragazza" e poco importa se magari, in modi e tempi diversi siamo anche colleghi.
Ma di reazioni così, in questi anni ne ho raccolte tante, dalle più ridicole alle più pesanti. In questo breve bestiario vorrei condividerne alcune.

Da quella classica “ma chi te la fa fare a fare antimafia, dovresti pensare alla famiglia”, che la risposta poi è sempre la stessa- oltre alla gloriosa “fatti i fatti tuoi” - “stai tranquillo, che penso io alla mia famiglia”.

E siccome poi, è necessario ricollocarci nei ruoli “classici”, su tutte segnalo questo consiglio, (purtroppo però detto da una donna) “tu, tu non devi fare così. Non devi prendere le cose così di petto. Ma in fondo è così, è perché non sei mamma che reagisci così”. No, reagisco così perché non riesco a stare zitta davanti alle ingiustizie e scorrettezze. Magari è perché ho un brutto carattere, non perché non ho dei figli.

Ma nella dinamica sempre viva tra ragione e sentimento, come non ricordare tutte le volte in cui mi è stato detto “Sei troppo emotiva” solo perché le delusioni a volte arrivano a ferirti, o ancora “mamma mia quanto la esageri”, oppure “come la fai lunga” o ancora “sei stanca. Devi prenderti un periodo di riposo, lo dico per te”. Caro mio, lo stai dicendo per te, non per me.

Perché sì, se manifesti nero su bianco il dissenso, o un disagio o una preoccupazione (rispetto a situazioni oggettivamente gravi) le ragioni sono sempre legate al mio essere irriducibilmente un corpo con una mente che non riesce a controllare l’emotività. Sempre. Guai poi a far notare che magari qualcosa poteva essere evitato se solo ti avessero ascoltato. Non c’è scampo, dare ragione non è virile, chiedere scusa poi…. Non ne parliamo proprio.

Il classico dei classici è poi “Ma lo sai con chi stai parlando?”, alla quale si può rispondere con un educato “guardi, mi dispiace non so chi sia” o con un sano “non so chi sia, so solo che è un grande maleducato”. E là, lo ammetto, la soddisfazione fa la differenza.

Altrettanto fastidioso è l’atteggiamento paternalista... “ma che fai, in giro da sola?” oppure “tu sei intelligente, brava, ma vivi le cose con troppo coinvolgimento”. Ora, io vorrei proprio conoscere chi riesce a essere militante antimafia senza coinvolgimento, chi riesce a essere appassionato senza esserlo. Se lo si è, distaccati e freddi, facciamocene una ragione: non tutti abbiamo gli stessi obiettivi.

Poi ci sono quelli che ti guardano malissimo se entrando in una sala piena di gente, magari qualche rappresentante delle istituzioni – e in tanti anni si costruiscono relazioni istituzionali formali ma alla pari- viene incontro per salutarti, educatamente. E là si riesce a dare il via a tentativi di delegittimazione del rappresentante- se proprio ancora dopo non li calcola- o come spesso, di chi ha la colpa di avere costruito qualcosa nei territori. Perché anche qui, l’eteroriconoscimento è tutto. Esisto perché ho qualcuno che mi riconosce, o che almeno mi riconosce più di te, trentenne rompiscatole.
Poi ci sono i maestri per eccellenza, quelli che in una volta, riescono a farti magicamente sparire come se non esistessi, o non fossi mai esistita (né tu, nè il tuo operato). E qui davvero ho visto magie senza pari: ho provato con metodo rigoroso, a dire qualcosa, ottenendo nessuna reazione (se una non esiste, non esiste); ho provato a far dire la stessa cosa a un uomo, oppure a una donna legittimamente riconosciuta come figura: risultato, elogi alla grande, magnifica idea. Provato.
Conseguenza, una deresponsabilizzazione degna di nota. Dinanzi a fatti gravi e dinnanzi a una esplicita richiesta di aiuto si può anche dire “Se ha bisogno di una amica che le tiene la mano vai tu, io non sono suo amico”… ma quale mano? Quale amico? Cari miei, io le amiche e gli amici me li scelgo da sola.
Ma siccome di relazioni di genere si parla, ecco i non curanti (e ahimè le non curanti) delle situazioni sentimentali che dicono “parli così perché sei gelosa” e di chi? E di che? Ho detto che secondo me sta sbagliando in quella cosa, mica mi importa con chi la stai facendo!

Poi ci sono le diversità di trattamento. Per esempio, se io scrivo un libro “ha approfittato di questi anni per farsi i soldi” se a scrivere un libro è un uomo “è un contributo importante per la nostra terra”.
E poi diciamolo, una donna per essere ascoltata deve dire meglio, per essere riconosciuta pubblicamente deve fare meglio: sempre a dimostrare di essere all’altezza, di esserne capace, o ancora di portare avanti quell’idea di purezza necessaria solo alle donne. Perché se un uomo sgomita e fa carte false lo fa perché ci tiene, se lo fa una donna, perché è ambiziosa.

Al confine tra tutto ciò si collocano le descrizioni sulla persona, e per una come me che porta avanti l’idea estrema dell’essere femminile nella sfera pubblica, non passano inosservate le battute del tipo “ma come sei truccata, chissà quanto tempo ci hai messo, certo che ne hai di tempo”. Tantissimo tempo, vorrei rispondere, tempo da perdere proprio. Per non parlare degli accostamenti al maschile “sei forte come un uomo” e mi viene sempre da rispondere “no, sono forte come una donna”, oppure l’intramontabile “sei proprio una donna con gli attributi” e là la risposta è sempre quella. “sì, ho delle grandi ovaie”. E calano silenzi imbarazzanti.

Al di là dell’ironia, posso assicurare che ho riportato fatti realmente accaduti. Cari maschietti, fatevene una ragione. Esisto, e come me siamo in tante. Se vi dà fastidio che ci poniamo alla pari, o che come spesso accade tra le persone, ne sappiamo più di voi, o ancora che abbiamo ruoli riconosciuti, o che a volte abbiamo ragione, che abbiamo costruito tanto…il problema non è nostro. E non è nemmeno vostro. Non è un problema. Si può vivere, e tanti altri uomini ce lo dimostrano ogni giorno, impegnandosi ognuna e ognuno nel suo, tranquillamente. Non è necessario che abbiate un controllo su di noi, e nemmeno su di voi. Ho parlato di un caso estremo, come quello del fare antimafia, ma lo stesso vale per ogni impegno nella sfera pubblica. Perché sono sicura che tante giovani donne un po’ col sorriso e un po’ no, si sono riconosciute in questo post: nel lavoro, nella politica, nell’impegno civile.

Certo, sto parlando di una bella minoranza. Per uno che si comporta così, altri cento, vengono a chiederti scusa, sinceramente. Come è accaduto oggi. Perché se esiste quel modello, è per fortuna- o meglio dire- grazie a tutte le lotte quotidiane delle donne,  assolutamente residuale. Ma vale la pena raccontarlo, soprattutto in questi giorni in cui genere e generazione vengono usate come parole strumentali a altri fini. E mentre scrivo guardo in tv la serie “la mafia uccide solo d’estate”, che con magistrale ironia, decostruisce immaginari e modelli mafiosi. Anche di genere. E come chiudere questa riflessione se non con quello che lo zio dice a proposito della nipote “lei, è strana. È femminista. Ma poi ci passa!”.


mercoledì 16 novembre 2016

Un anno in viaggio con Onore e Dignitudine







Onore e Dignitudine è nato dalla passione radicata e rafforzata nell’amicizia, dalla profonda condivisione di spazi e tempi di crescita, di noi tre donne del sud, Ludovica Ioppolo, Norma Ferrara e io. 

Scrivere di ‘ndrangheta non è cosa semplice, non lo è perché si è sempre attenti a non cadere nel pericolo di continuare a costruire immaginari, stereotipi e a non cadere nella trappola altrettanto pericolosa di trovare soluzioni e dettare ricette. Per noi, lo stile dell’antimafia sociale, è stato in primo luogo quello di continuare a cercare domande, ad ascoltare il territorio, le storie, le piccole storie per decostruire nella teoria e nella pratica, quella percezione del potere ‘ndranghetista tradotto nella vita quotidiana. 

Onore e dignitudine nasce da qui, dalla consapevolezza che, come scrive Renate Siebert “un lavoro di analisi che non sfugga alle fatiche interpretative della complessità fa esso stesso parte della lotta alla mafia; l’appiattimento, invece, sulle descrizioni di ciò che appare nasconde spesso una tacita complicità con le cose così come stanno” (Siebert, 2008). 

In punta di piedi, abbiamo raccontato le piccole storie di donne e uomini, lo abbiamo fatto con gli occhi delle ricercatrici, con lo sguardo femminile e femminista, con la passione delle donne del sud, con il rigore del giornalista, con la sana rabbia delle militanti. Perché siamo questo, e abbiamo vissuto la bellezza di viaggiare durante quest’anno insieme a Onore e Dignitudine, con il carico di storie, di prospettive, di decostruzioni, di memoria. Perché così, in ogni tappa abbiamo nel nostro piccolo voluto portare con noi la speranza e la dignità dei familiari delle vittime che abbiamo incontrato, e con loro, le storie dei nostri conterranei. A loro, il nostro profondo grazie per averci fatto sentire, ogni giorno, parte di questa comunità di memoria. 

Come sempre quando ci sono date importanti, a un anno dalla pubblicazione, è bello ricordare tutti i luoghi, i tempi e le persone che abbiamo vissuto. A chi ha organizzato, a chi c’è stato, a chi ha letto, a chi ci ha accompagnato il nostro grazie. 
  • 22 Novembre Cosenza, Teatro dell’Acquario 
  • 9 Dicembre, Roma Sparwasser 
  • 30 Dicembre Sommatino con le e associazioni "Filippo Terranova", "Gispo Donne" e dell'amministrazione comunale.
  • 9 Febbraio Perugia con verso il 21 marzo con Libera Umbria 
  • 24 Febbraio Catanzaro, Corso di Sociologia Umg e Fondazione Umg 
  • 14 Marzo Lentini “100 passi verso il 21 marzo“, giornata della memoria di tutte le vittime delle mafie dell’associazione Libera.
  • 15 Marzo Catania “100 passi verso il 21 marzo“, giornata della memoria di tutte le vittime delle mafie dell’associazione Libera.
  • 6 Maggio Vibo Valentia con Libera Memoria Calabria 
  • 7 Maggio Crotone con Libera Crotone 
  • 11 maggio A Taurianova ospiti dell'Azione Cattolica e della amministrazione comunale
  • 19 Maggio Roggiano Gravina nel percorso "Comunicare la legalità" della Cooperativa sociale Ohana e dell'associazione sociale e culturale "Il grillo parlante".
  • 19 Maggio Itgc San Marco Argentano 
  • 8 Giugno Lamezia Terme con il Il Centro "Riforme - Democrazia - Diritti"
  • 24 Agosto Santa Agata D’Esaro iniziativa “Calabria tra le righe”
  • 9 Settembre- Università Itinerante Unimi-Cross- Isola di Capo Rizzuto 
  • 7 Ottobre Lappano iniziativa “Libriamoci a Lappano”
Un anno in giro, in contesti diversi e modi diversi, un anno in cui forse avremmo voluto qualcuno in più accanto a noi, in cui abbiamo a volte sentito la mancanza proprio di quella comunità di memoria in cui onore e dignitudine è nato. 

Un anno davvero pieno di contenuti, riflessioni, emozioni, di idee. Di persone incontrate, di mani strette, di viaggi. Le piccole storie di onore e dignitudine sono state accolte con una cura che non ci aspettavamo, segnale forse che mai come ora sia necessario mettere a lavoro le categorie, rintracciare nuovi modi per leggere il fenomeno mafioso. Innumerevoli le immagini che abbiamo in testa, da Cosenza a Roma, da Sommatino a Catania, da Perugia a Isola capo Rizzuto. Diversi contesti e diversi modi in cui leggerlo. E poi la ricchezza delle ragazze e ragazzi da Perugia a San Marco Argentano, delle studentesse e degli studenti dell’università di Catanzaro. “Ho letto il libro e ho capito che sono una donna libera, che non posso stare dietro ai comandi del mio fidanzato” mi ha detto a fine incontro una ragazza di un liceo nella provincia di Cosenza. “Grazie, perché non mi rendevo conto prima che la ‘ndrangheta fosse così vicina”, ci ha detto un ragazzo e ancora “grazie, con il vostro libro mi avete fatto venire voglia di impegnarmi”. Commenti così potremmo riportarne tanti, molti sono scritti nei nostri quaderni, negli appunti di viaggio. 

E’ stato un anno duro per noi tre, intenso ma vissuto insieme. Onore e dignitudine non si ferma, continueremo a viaggiare, qualcosa di importante è cambiato, ma noi ci siamo. 
Il ringraziamento più grande va allora a noi tre, alle nostre scelte di dignità, alla nostra amicizia, alle nostre ferite dalle quali siamo già ripartite. Al nostro essere donne, amiche, del sud. A voi, Ludovica e Norma.