La rotta...

La cosa più importante per chi non ha potere è avere almeno un sogno
Da "La terrazza proibita" di Fatima Mernissi

venerdì 1 settembre 2017

31 d'agosto, c'è una storia che nasce …



Lo abbiamo cantato per anni, e non avrei mai pensato di poterlo mai dire. Il 31 agosto, il 31 d'agosto 
c'è una storia che nasce ….
E questa storia è la mia, quella che sto riprendendo in mano e che sono felice di continuare a costruire. E’ una storia fatta di progetti, sogni, speranze. Lavoro, ricerca, studio e impegno. E tanto, tanto altro.
Messaggi nella bottiglia che avevo abbandonato in mare e che adesso sono pronta a raccogliere. 
E perché no, a scrivere.
Ho attraversato un brutto momento, uno di quelli in cui il mondo che credevamo di aver costruito si frantuma in un secondo, rimettendo in discussione tutto e in gioco il nostro essere. Ho fatto fatica, ma non sono stata sola, mai. 
Per cui comincio, ringraziando chi non mi ha mai abbandonato dandomi la forza per andare avanti. 

Chi è nella mia famiglia roccia sicura e supporto infinito,
chi con me ha scelto di costruire una casa, una vita.
Chi ha viaggiato per un giorno per abbracciarmi forte forte,
fimmine orgogliose e sorridenti
Donne, femministe sì, sedute in fila perché la presenza è politica.
Donne che elaborano, e progettano.
Chi costruisce ponti, e chi li attraversa,
chi mi ha ricordato sempre chi sono, 
anche quando sono stata io a non crederci.
Chi mi ha chiamato, volendomi di nuovo in squadra,
chi mi ha abbracciato, felice di rivedermi.
Chi mi ha aperto a nuove strade,
chi mi ha preso per mano, con un orsacchiotto nell’altra.
Chi ha scelto di stare con me, non dalla mia parte,
come sempre.
Chi mi ha scelto come prof… e le piccole grandi rivoluzioni.
Chi mi ha scritto frasi bellissime, donne giovani con le quali guardare oltre. 
Chi mi ha insegnato che la dignità viene dalla sofferenza,
chi ha cantato con me in macchina “ad esempio a me, piace il Sud”.
Chi ha gioito con me delle belle novità,
chi ha dimostrato di avere stima, e di volermi bene.


martedì 25 aprile 2017

Caro Nonno, se fossi qui ti racconterei...





Caro nonno,
ti scrivo così, perché questo 25 aprile arriva in un momento di riflessione profonda su quello che sta succedendo e su quello che siamo. Quante volte avrei voluto raccontarti delle mie scelte e della mia vita, ma te ne sei andato troppo presto e così, il tuo ricordo ci ha accompagnato diventando, senza che nemmeno ce ne accorgessimo, parte di noi stessi. Abbiamo conosciuto il grande uomo che eri, buono e onesto, e abbiamo conosciuto di te la tua scelta di giovane calabrese, partito per combattere come partigiano. Per combattere per la nostra libertà. 

Se fossi qui, ti racconterei di come sia emozionante cantare Bella ciao insieme a giovani turchi che ora devono lottare per una libertà sempre più impedita e desiderata.
Ti racconterei di tante donne e uomini che ho visto arrivare su una grande barca, cercando la libertà che nei loro paesi non esiste. Ti racconterei dei loro applausi al porto, dei saluti da lontano, dei baci lanciati. Ti racconterei di bambini già grandi, che prendono per mano le loro madri per portarle verso una nuova vita. Ti racconterei dei tanti volontari e volontarie che per ore sotto al sole non smettono di prendersi cura di queste persone, col sorriso, con professionalità e con un pallone in mano per ridare ai bambini almeno una parvenza di infanzia giocosa. Ti racconterei di come guardandoli, mi sono sentita orgogliosa di essere calabrese. 

Ti racconterei che ho vissuto questo perché ho scelto di fare dello studio e della ricerca uno strumento di lotta, di conoscenza che costruisce libertà e consapevolezza. Ti racconterei anche, di come sia complesso e faticoso, a volte quasi fino all'abbandono, continuare a vivere un precariato che è potere nelle nostre vite che impedisce scelte e a volte, allontana i sogni. Ti racconterei però, di quella ricerca precaria che non si ferma, che va avanti perché alla passione non c’è potere che tenga.

Ti racconterei caro nonno, di come non sia semplice essere donne impegnate, costantemente costrette a dimostrare qualcosa in più. Ti racconterei delle meravigliose donne di questo sud, fimmine, che non hanno perso la soggettività conquistata e che costruiscono ogni giorno la bellezza dell’alternativa e della possibilità concreta. E di tutte le persone che costruiscono percorsi di contrasto alla violenza maschile che uccide donne che scelgono di essere libere. 

Ti racconterei del desiderio di partecipazione, di voler pensare e contribuire al bene comune, immaginando una politica sana e senza altri fini se non quelli della tutela della democrazia. 

Ti racconterei di come scegliere da che parte stare sia semplice e allo stesso tempo così faticoso. Ti racconterei di come lottare per la libertà oggi in Calabria, significa lottare anche contro la ‘ndrangheta, che sai, da queste parti non si nomina molto. Ti racconterei della dignità- prima forma di lotta- che ci insegnano i familiari delle vittime innocenti del potere mafioso, di come la loro esperienza di cittadinanza oggi sia mattone fondante della democrazia e monito costante e impegnativo. 

Ti racconterei certo, del disagio che provo ogni volta che vedo la parola resistenza usata da chi è pronto a tradirla senza ripensamenti, quando si vuole imporre forme di lotta seduti e con tastiere in mano, oppure cantando in aule gremite e telecamere in prima fila.

Ti racconterei soprattutto, di chi ogni giorno e nel silenzio costruisce, passo dopo passo, spazi e tempi di riscatto. Ti racconterei dei tanti giovani che in un pezzo di Calabria quasi dimenticato, hanno scelto da che parte stare, avviando un percorso per ridare alla società un bene che era stato acquisito col malaffare. Ma ti direi anche, di come, a volte, ci si senta soli in questa lotta. 
Ti racconterei però, di come sia bello e importante esserci, a testa alta, contrapponendo a chi impone con la paura, chi si impegna con tanta passione. Ti racconterei di come sia confortante sapere che i percorsi continuano anche se si è costretti a guardarli da lontano. Ti racconterei che fare antindrangheta è difficile oggi, perché l’invasore ha diverse facce, e il suo potere influenza pratiche e decisioni,  di quanto sia difficile difendersi dal “fuoco nemico” e purtroppo, dal “fuoco amico”, che quando poi era molto amico, ha ferito nel profondo. 

Ti racconterei nonno, dei tanti cittadini calabresi che stanno lottando per la bellezza del nostro ambiente e di quelle montagne, silane e presilane, che tu hai conosciuto palmo a palmo e amato profondamente. 

Ti racconterei dei ponti, che continuiamo ad attraversare e a costruire, e di uno in particolare, che ora unisce Milano e la Calabria,  che ha pilastri forti radicati nel terreno della conoscenza e della responsabilità. Ti racconterei di come sia bello e sia salvezza, essere accolti in quegli altrove che sono già casa. Proprio come accadde a te, calabrese partito e accolto dalle famiglie nelle campagne piemontesi. 

Perché sai, caro nonno, per me la memoria è cosa seria, è impegno, è forza rivoluzionaria. 
Quella stessa memoria che mi fa orgogliosamente sentire nipote di un partigiano, e che forse sì, provo a tradurre in forme e modi diversi in un oggi fatto di tante lotte per la libertà. E queste forme sono tante, forse nascoste, e che in parte si possono cogliere nelle parole che ho scritto fino a ora, e nelle esperienze di chi ogni giorno sceglie da che parte stare. Di chi sceglie di amare la Costituzione. 

Buon 25 aprile caro partigiano Eugenio Garofalo,
 buona lotta per la liberazione a chi oggi ha scelto di lottare.

domenica 15 gennaio 2017

...perchè sono vivi!!


Questo blog nasce per dare spazio anche ai silenzi di questa terra. Ci sono storie che legano per sempre le vite delle persone che si riconoscono in una promessa di impegno per la giustizia, la verità, la pace. Ci sono storie come quelle di Pino, un giovane uomo innamorato della vita, come si deve essere alla sua età. Pino viene ucciso per questo, per il suo essere semplicemente un giovane innamorato. La sua storia è un altro monito nel nostro essere calabresi, che ci spinge a non pensare che la ‘ndrangheta sia altro, lontana; a pensare che il potere della ‘ndrangheta penetra nelle nostre vite, nei nostri corpi, nei nostri desideri. 
Ma con Pino, e con Matteo e i suoi genitori la Calabria ha imparato il senso profondo della dignità.
Pino è stato ucciso per “dignitudine”, e la famiglia Luzza ha reagito vivendo e testimoniando il senso più profondo della dignità.
Loro sono stati i primi in Calabria a costituirsi parte civile, a vivere in solitudine la disumanità delle aule di tribunale. Hanno poi costruito, nel silenzio e nell’azione quotidiana, quella domanda di verità e giustizia che è una domanda di dignità anche politica. Insieme a tutte e tutti i familiari delle vittime innocenti di questa terra, dimostrano ogni giorno che se la ‘ndrangheta crede di aver vinto uccidendo, sbaglia. Sbaglia di grosso perché le promesse di impegno radicate nella memoria hanno una forza dirompente, capace di andare oltre la morte, di frantumare dinamiche di potere e di rendere liberi. Sì, la memoria rende liberi.
Per tutto questo a loro, alla famiglia Luzza, e a tutti e tutte i familiari delle vittime innocenti la mia e nostra immensa gratitudine. Quel grazie pieno del senso di dignità, libertà, democrazia.

E il mio grazie a Matteo Luzza, amico fraterno, parte della mia comunità di memoria, referente per i familiari di Libera Calabria, per aver donato questa lettera, queste parole, per questo blog. Sono le parole di un fratello, alle quali non bisogna aggiungere altro. Solo il desiderio di ascoltare, di farle crescere dentro, leggendo anche ciò che a parole non si riesce a dire. Grazie Matteo. 

...perchè sono vivi!!
Era un sabato quel 15 gennaio.
Pino uscì di casa. E non vi fece più ritorno. Per lui, e su di lui, le forze del male avevano concentrato le attenzioni.
Per Pino, 'altri' avevano pensato e immaginato che la sua morte avrebbe portato loro un ritorno in termini di 'potere' e 'onore'.
La chiamano 'dignitudine'.
"Dimostrare di avere il controllo sulla famiglia equivale a dimostrare di avere il controllo sul territorio" - "parlano così tra di loro, parlano dell'onore e della dignitudine, cioè della considerazione che gli altri hanno di te; la dignitudine è quella sorta di intersezione tra i concetti di onore e di riconoscimento pubblico e privato...la dignitudine è ciò che deve essere tutelato nella percezione altrui" (in "Onore e Dignitudine" -Falco Editore-Garofalo/Ioppolo 2015).
Pino vittima innocente di questa mentalità. Una subcultura mafiosa che storpia il vero significato dei termini e delle parole, per conseguire consenso. Usare strategicamente la violenza, colpendo un ragazzo innocente, per conseguire "potere, onore e dignitudine".
Dopo quel tragico evento, nulla è stato più come prima.
Per me, che cresciuto all'ombra di Pino (lui più grande di me di due anni), è stato come perdere parte della tua stessa vita ed esistenza.
Siamo cresciuti in simbiosi. I ricordi. Le uscite. Le piccole liti...ma Pino per me era il 'leader'.
E' successo a tutti noi che abbiamo avuto un fratello maggiore. Ricordo che quando litigavo da bambino con i coetanei...."beh ora lo dico a Pino. Pino mi difenderà". Lui è più forte.
Ricordi ed emozioni che sono sempre lì. Che ti tormentano le notti.
Che ti rincuorano allo stesso tempo, per il sol fatto che ci sono. I ricordi appunto. La memoria.
Il tragico evento, che ti cambia. Ti trasforma. Ti fa provare tanta rabbia, tanto dolore. Tanti perchè..."perchè a noi, perchè alla nostra famiglia. Perchè a Pino".
Ed il dopo.
I giorni dopo. I mesi dopo. Gli anni dopo.
I giorni dopo, fatti di lacrime. Silenzi. Dolore.
I mesi dopo, fatti di prime elaborazioni. E più i mesi passano più questa tua metamorfosi si manifesta. Inizi, o meglio, riesci, con fatica, con dolore, a far uscire dalle tue labbra qualche piccola sommessa parola su di lui. Ma funziona come il mantice della fisarmonica. A piccole aperture, seguono veloci chiusure.
Parli di lui...ma subito ti chiudi. E nuovi silenzi.
Gli anni dopo, fatti di tante cose belle. E' vero. Quando uccidono un familiare, anche il resto della famiglia viene colpito a morte.
Ma la straordinarietà del dopo è altro.
Se hai la fortuna di incontrare sul tuo cammino persone 'speciali'.
Altri che come te hanno subito lo stesso dolore e le stesse sensazioni ed emozioni.
Se hai la fortuna di incontrare sul tuo percorso tanti bei volti e tante belle persone.
E da loro e con loro, tutti quei perchè impari a trasformarli in altro.
Si trasformano in impegno. Impegno a tenere viva ed alta la memoria che non va assolutamente dispersa. Memorie, vero sì, private, ma che messe tutte assieme, diventano per forza di cose, per dovere e senso civico, memorie collettive.
Sarebbe peccato mortale e grave, ucciderli una seconda volta.
La si darebbe vinta alle forze del male, che preferiscono il silenzio e la rassegnazione.
Ti rendi conto che tutti quei perchè, non restituiscono dignità alcuna nè a Pino nè a tutte le vittime innocenti della criminalità organizzata.
Quei perchè devono per forza diventare altro. Devono essere altro.
Ed appunto il 'dopo'. Il dopo fatto di percorsi. Il dopo fatto di impegno. Il dopo fatto di un camminare lungo i sentieri della speranza per ribadire sempre con forza che vince sempre la vita. Vince sempre il bello. Vince sempre la voglia di fare di più.
Il dopo fatto di voglia di mettersi in gioco. Il dopo fatto di belle esperienze che vivi e costruisci.
Il dopo fatto dai volti e dagli sguardi di centinaia e centinaia di ragazzi che incroci, che dicono una cosa sola.
Ci siamo. Siamo con voi. Siamo vicini al vostro dolore e assieme possiamo essere comunità. Fare rete. Elaborare e definire programmi e progettualità per costruire una società più attenta e più responsabile.
Il volto e lo sguardo di altrettanti ragazzi e adulti, che nel percorso della loro vita hanno sbagliato e stanno pagando per le conseguenze di quegli errori.
Ed anche lì, una parola di speranza. Si parla. Si chiacchiera. Ci si racconta e si racconta un dramma ed un vissuto.
E si ascolta. Si ascoltano storie e altrettanti drammi.
E ci si sforza di capire. Comprendere il percorso riparativo. La pena.
Tutto ha un senso.
Il senso per me, di non vedere dall'altra parte solo la persona che ha sbagliato. Solo il criminale. Solo l'assassino.
Ho bisogno, e abbiamo bisogno di non alzare muri.
Ho tantissimo rispetto della sensibilità e dei percorsi dei miei cari amici e fratelli e sorelle, familiari di vittime innocenti della criminalità che vivono in altro modo situazioni così. Le comprendo. Le accetto. Gli voglio bene.
Io sento solo il bisogno, da persona che vive una comunità, quale è Libera, di andare oltre con lo sguardo. Con la mente. Con il cuore.
Andare oltre quella barriera, per non precludere e me stesso, a Pino ed a tutti quei nomi e quei volti la possibilità di guardare l'infinito fatto delle tante cose belle di cui prima.
Perchè sono ancora vivi. Sono vivi in noi. Sono vivi con noi e per noi.
Sono vivi in quell'infinito fatto di speranza e civiltà.

Matteo Luzza

lunedì 9 gennaio 2017

Con eleganza, fermezza, e umiltà. Accanto a Marisa Manzini.




È il 30 dicembre 2016, ultimo giorno della requisitoria del processo denominato “Black Money”. Entrare in un'aula di tribunale è sempre un'esperienza forte, specialmente per i non addetti ai lavori. Soprattutto quando si entra per stare accanto a qualcuno o qualcuna, per un gesto di vicinanza ma anche dall'alto valore politico e simbolico. Perché se la ‘ndrangheta si nutre di "immaginario", è sullo stesso campo che bisogna agire. Se la ‘ndrangheta colpisce il simbolico, è su quel piano che bisogna muoversi.
L’aula è piena di avvocati, familiari degli imputati (tanti e giovani) e giornalisti. Ci siamo anche noi, un gruppetto di donne che su invito del Centro di Women's Studies Milly Villa ha scelto di esserci per stare accanto alla PM Marisa Manzini.
Refrattarie alle passerelle, abbiamo scelto di esserci perché esprimere solidarietà implica metterci la faccia. In altri termini: "starci", vivere quei momenti importanti in cui il potere maschile e maschilista della ‘ndrangheta è visibile, evidente. In risposta a quel “stai zitta tu” che l’imputato Pantaleone Mancuso ha rivolto alla dottoressa Manzini proprio mentre ricordava la storia di Tita Buccafusca, donna suicidata (perché sì, in Calabria il verbo suicidarsi non è solo riflessivo) sono state pronunciate parole dettagliate e chiare rivelatrici dei vari intrecci e modi in cui avviene il radicamento e rafforzamento del potere 'ndranghetista.
Tre giorni, quindici ore di requisitoria conclusasi con numerose richieste di condanna. E, alla fine, "zitta" Marisa Manzini non c’è rimasta. Ha continuato con determinazione, eleganza, fierezza e finezza. Pochi metri la separavano dagli imputati: i "loro" sguardi fissi e pesanti. Si muovevano avanti e indietro, cercando un varco per fissarla tra le spalle degli uomini che ogni giorno la proteggono lontano dai clamori.
Marisa Manzini per questa terra è una presenza preziosa. Perché dimostra a noi tutte, cittadine prima di tutto calabresi, che si può e si deve lottare contro il potere che ci vuole zitte, chiuse, incapaci. Contro quel potere che vorrebbe Procure silenziose e timide. È presenza preziosa perché ci dimostra che si può non cedere alla tentazione della mascolinizzazione, e che la lotta alla ‘ndrangheta si deve portare avanti rimanendo se stesse, donne. E’ presenza preziosa perché è quel pungolo nelle nostre coscienze che ci invita a non stare ferme, a muoverci con eleganza, fermezza, e umiltà.
Poi ci siamo noi: in piedi accanto o sedute dietro. Non siamo molte, ma ognuna di noi si porta dietro una storia importante, fatta per Giovanna e Marta di un intreccio generoso tra avvocatura e militanza in Libera, per me fatta di ricerca, studio e militanza antindrangheta. E tra noi c’è Maria Joel, giovanissima donna iscritta al primo anno di Giurisprudenza. Ha gli occhi grandi, un sorriso bellissimo, ha ricevuto il nostro sms ed è venuta, è una giovane militante di Libera a Vibo Valentia. Non ci conosce ma ha subito accolto la nostra proposta, perché è giusto esserci, mi ha detto. Ha lo sguardo emozionato, la osservo mentre guarda con ammirazione la dottoressa Manzini, si vede che è emozionata.

La guardo e penso che sì, c’è speranza.

Che la speranza è in Calabria, vedere una giovane donna in una aula di tribunale che (in un giorno di vacanza) sta accanto - nel significato più intenso di vicinanza- a una donna, magistrata che ha scelto questa terra come terreno di lotta e di dignità. 

sabato 31 dicembre 2016

Buon 2017. Io riparto da qui.



Nel 2016 mi sono state portate via le “cose” più care.
Di tante altre “cose” me ne sono liberata io.

Ma ho trovato nell'essere estranea o straniera, altre “cose” belle, altri modi di guardare e perché no, di vivere. Le “cose” belle di questo anno si contano con le dita di una mano, ma ci sono tante persone intorno per le quali provo immensa e sconfinata gratitudine.

Aspetto questo 2017 e riparto, ancora una volta, da qui.

Da due cuccioli di uomo da veder crescere, da un nido sempre presente, da una vita da costruire insieme.

Da amiche vere, “fimmine”, da progetti da immaginare, da sogni da realizzare.  Da donne che corrono con la natura selvaggia, e che si fermano per brindare.  

Dalle scelte di dignità, e di libertà. 

Da appuntamenti già segnati in una agenda nuova tutta colorata. Da una comunità che mi ha accolto, dal nostro riconoscerci. Dai ponti che si costruiscono, e da uno in particolare.

Dalla paura che solo chi la prova sa, dal coraggio che so adesso, di avere. Dalle poche persone che hanno capito, e che ci sono state.

Dalla mia coerenza, dalla mia forza. Dalle lacrime che ho versato, e da quelle che ho trattenuto.
Dai sorrisi, e dalle risate che ho condiviso.

Dalle macerie di un impegno di una vita, dal desiderio di ricostruire. Dalla mia comunità di memoria, dal mio desiderio di impegno. Dalle delusioni più forti e dalle ferite, ma anche dagli abbracci.

Da chi mi protegge, mi guida, mi ha risollevata dal brutto per ricondurmi nel bello.

Dalle idee, che vanno avanti comunque, nonostante i veti.

Da chi mi ha preso per mano, lasciandomi camminare da sola.

Dal mio essere donna, al Sud.

Dal mio desiderio di lottare contro il potere che controlla desideri e speranze, dalla voglia di scoprirmi soggetto al margine con tutte le possibilità. Dal mio fare politica, dal piacere nel fare e vivere la democrazia.

Dalla terra che mi ha adottato e che è famiglia.

Dalla ricerca, dalla scrittura, dallo studio, dalla passione, dall’università.

Da questo blog.

Dai “miei” studenti e dalle “mie” studentesse, che mi hanno scelta.

Dal mio femminismo ritrovato.

Da matite colorate e da libri da leggere, e da scrivere.

Dalla mia terra, che continuo ancora ad amare.

Dalle sorelle che la vita mi ha messo accanto.

Da chi scelgo e da chi mi sceglie, ogni giorno.

Da mio fratello, che guarda l’orizzonte, e lo fa guardare anche a me.

Auguro a me stessa di ripartire, e di riconoscere gli attimi di felicità.
Buon anno allora, che sia un anno pieno di bellezza!!


lunedì 26 dicembre 2016

Cose belle!


Non scrivo da più di un mese, e mi dispiace. E’ stato un mese pieno di scadenze e cose belle da fare e da vivere. Finalmente seduta metto in ordine i pensieri e proverò a scrivere quanto delle ultime settimane ha attivato percorsi di riflessione e approfondimento, con un minimo di ordine cronologico!

Tra le cose belle delle ultime settimane, il convegno “Esplorare i territori mentali. L’eredità di Fatema Mernissi”. (Info e programma





“Abbiamo fatto una cosa bella”, ce lo siamo dette con Valentina Fedele alla fine di questa due giorni carica di confronto, condivisione, ricerca e studio. Bella perché volevamo mettere in comune esperienze e mondi diversi, facendo dialogare tra loro discipline e ricerche a partire dal pensiero di Fatema Mernissi; bella perché utilizzando le reti informali abbiamo attivato altre reti spontanee e libere che di sicuro continueranno a crescere. Bella, perché intorno a un tavolo le generazioni hanno dialogato nella bellezza e nell’arricchimento reciproco. Negli occhi la curiosità di chi ha sete di sapere, lo stupore di ascoltare, la gioia del riconoscersi in uno spazio condiviso. Ma bella soprattutto perché abbiamo vissuto la possibilità di vivere una “accademia” diversa, senza ansie da giudizio, senza categorie, senza confini, come la stessa Mernissi forse amerebbe dire. Abbiamo immaginato un modo diverso di condividere saperi e esperienze, nella circolarità di un momento denso di contenuti. Abbiamo dimostrato quindi, che è possibile, nonostante la fatica della “ricerca precaria”, costruire quell’idea di università e ricerca che ci tiene radicati e appassionati.


Generazioni. Centro di Women's studies Milly Villa 

Le parole giuste sono sue, a questo punto, sono proprio le sue.

"Dignità è avere un sogno, un sogno forte che ti dà una visione, un posto tuo nel mondo, là dove il tuo operato conta e come. Sei dentro un harem quando il mondo non ti vuole, quando il tuo operato non fa la differenza, e ciò che fai non serve. Sei dentro un harem quando il pianeta gira veloce e te ne stai sepolta fino al collo nel disprezzo e nell'oblio. Nessuno può cambiare tutto questo e far girare il mondo in senso opposto, sta a te soltanto. Se ti elevi contro il disprezzo e sogni un altro mondo, sarà modificato il senso della terra. Ma quello che devi evitare ad ogni costo è che il disprezzo ti penetri dentro. Quando una donna crede di non valere nulla piangono i passerotti. Chi li difenderà sulla terrazza, se un mondo senza fionde, non lo sogna nessuno?"

Fatema Mernissi, La terrazza proibita

martedì 22 novembre 2016

Riflessioni a partire dal bestiario di una giovane donna impegnata







E niente, proprio non gli va giù. Ad alcuni uomini proprio non va giù che ci sia una donna, magari giovane, a occuparsi e magari impegnarsi nel grande mondo del movimento anti-‘ndrangheta in Calabria. 
Sì, lo so. Quello che sto per scrivere farà “mormorare” in molti, ma un po’ per ridere ma molto sul serio, voglio condividere un pezzettino delle tante cose che mi sono sentita dire e degli atteggiamenti vissuti- e subiti-  negli ultimi dieci anni. 
L’occasione è arrivata oggi, quando l’uomo in questione, evidentemente a disagio dinnanzi all’ennesima richiesta di silenzio da parte mia e dei suoi colleghi, probabilmente turbato dal mio ricordare le vittime di ‘ndrangheta e il ruolo della memoria nella didattica radicata nei territori… ha deciso di interrompermi con modi e parole poco consone, diciamo così, al contesto in cui ci trovavamo. Rimproverandomi di non essere in linea con le sue “aspettative” ha, casualmente, deciso di contestare me e non il collega (adulto maschio) che mi aveva preceduto sulla stessa linea. 

Eh sì, una giovane donna che ti chiede di prestare attenzione, e che magari se la prende pure l’attenzione, proprio non si sopporta. Rigorosamente dandomi del “tu”, perché il prof si sa, è maschio. Ma io no, io sono “la signora” o "la ragazza" e poco importa se magari, in modi e tempi diversi siamo anche colleghi.
Ma di reazioni così, in questi anni ne ho raccolte tante, dalle più ridicole alle più pesanti. In questo breve bestiario vorrei condividerne alcune.

Da quella classica “ma chi te la fa fare a fare antimafia, dovresti pensare alla famiglia”, che la risposta poi è sempre la stessa- oltre alla gloriosa “fatti i fatti tuoi” - “stai tranquillo, che penso io alla mia famiglia”.

E siccome poi, è necessario ricollocarci nei ruoli “classici”, su tutte segnalo questo consiglio, (purtroppo però detto da una donna) “tu, tu non devi fare così. Non devi prendere le cose così di petto. Ma in fondo è così, è perché non sei mamma che reagisci così”. No, reagisco così perché non riesco a stare zitta davanti alle ingiustizie e scorrettezze. Magari è perché ho un brutto carattere, non perché non ho dei figli.

Ma nella dinamica sempre viva tra ragione e sentimento, come non ricordare tutte le volte in cui mi è stato detto “Sei troppo emotiva” solo perché le delusioni a volte arrivano a ferirti, o ancora “mamma mia quanto la esageri”, oppure “come la fai lunga” o ancora “sei stanca. Devi prenderti un periodo di riposo, lo dico per te”. Caro mio, lo stai dicendo per te, non per me.

Perché sì, se manifesti nero su bianco il dissenso, o un disagio o una preoccupazione (rispetto a situazioni oggettivamente gravi) le ragioni sono sempre legate al mio essere irriducibilmente un corpo con una mente che non riesce a controllare l’emotività. Sempre. Guai poi a far notare che magari qualcosa poteva essere evitato se solo ti avessero ascoltato. Non c’è scampo, dare ragione non è virile, chiedere scusa poi…. Non ne parliamo proprio.

Il classico dei classici è poi “Ma lo sai con chi stai parlando?”, alla quale si può rispondere con un educato “guardi, mi dispiace non so chi sia” o con un sano “non so chi sia, so solo che è un grande maleducato”. E là, lo ammetto, la soddisfazione fa la differenza.

Altrettanto fastidioso è l’atteggiamento paternalista... “ma che fai, in giro da sola?” oppure “tu sei intelligente, brava, ma vivi le cose con troppo coinvolgimento”. Ora, io vorrei proprio conoscere chi riesce a essere militante antimafia senza coinvolgimento, chi riesce a essere appassionato senza esserlo. Se lo si è, distaccati e freddi, facciamocene una ragione: non tutti abbiamo gli stessi obiettivi.

Poi ci sono quelli che ti guardano malissimo se entrando in una sala piena di gente, magari qualche rappresentante delle istituzioni – e in tanti anni si costruiscono relazioni istituzionali formali ma alla pari- viene incontro per salutarti, educatamente. E là si riesce a dare il via a tentativi di delegittimazione del rappresentante- se proprio ancora dopo non li calcola- o come spesso, di chi ha la colpa di avere costruito qualcosa nei territori. Perché anche qui, l’eteroriconoscimento è tutto. Esisto perché ho qualcuno che mi riconosce, o che almeno mi riconosce più di te, trentenne rompiscatole.
Poi ci sono i maestri per eccellenza, quelli che in una volta, riescono a farti magicamente sparire come se non esistessi, o non fossi mai esistita (né tu, nè il tuo operato). E qui davvero ho visto magie senza pari: ho provato con metodo rigoroso, a dire qualcosa, ottenendo nessuna reazione (se una non esiste, non esiste); ho provato a far dire la stessa cosa a un uomo, oppure a una donna legittimamente riconosciuta come figura: risultato, elogi alla grande, magnifica idea. Provato.
Conseguenza, una deresponsabilizzazione degna di nota. Dinanzi a fatti gravi e dinnanzi a una esplicita richiesta di aiuto si può anche dire “Se ha bisogno di una amica che le tiene la mano vai tu, io non sono suo amico”… ma quale mano? Quale amico? Cari miei, io le amiche e gli amici me li scelgo da sola.
Ma siccome di relazioni di genere si parla, ecco i non curanti (e ahimè le non curanti) delle situazioni sentimentali che dicono “parli così perché sei gelosa” e di chi? E di che? Ho detto che secondo me sta sbagliando in quella cosa, mica mi importa con chi la stai facendo!

Poi ci sono le diversità di trattamento. Per esempio, se io scrivo un libro “ha approfittato di questi anni per farsi i soldi” se a scrivere un libro è un uomo “è un contributo importante per la nostra terra”.
E poi diciamolo, una donna per essere ascoltata deve dire meglio, per essere riconosciuta pubblicamente deve fare meglio: sempre a dimostrare di essere all’altezza, di esserne capace, o ancora di portare avanti quell’idea di purezza necessaria solo alle donne. Perché se un uomo sgomita e fa carte false lo fa perché ci tiene, se lo fa una donna, perché è ambiziosa.

Al confine tra tutto ciò si collocano le descrizioni sulla persona, e per una come me che porta avanti l’idea estrema dell’essere femminile nella sfera pubblica, non passano inosservate le battute del tipo “ma come sei truccata, chissà quanto tempo ci hai messo, certo che ne hai di tempo”. Tantissimo tempo, vorrei rispondere, tempo da perdere proprio. Per non parlare degli accostamenti al maschile “sei forte come un uomo” e mi viene sempre da rispondere “no, sono forte come una donna”, oppure l’intramontabile “sei proprio una donna con gli attributi” e là la risposta è sempre quella. “sì, ho delle grandi ovaie”. E calano silenzi imbarazzanti.

Al di là dell’ironia, posso assicurare che ho riportato fatti realmente accaduti. Cari maschietti, fatevene una ragione. Esisto, e come me siamo in tante. Se vi dà fastidio che ci poniamo alla pari, o che come spesso accade tra le persone, ne sappiamo più di voi, o ancora che abbiamo ruoli riconosciuti, o che a volte abbiamo ragione, che abbiamo costruito tanto…il problema non è nostro. E non è nemmeno vostro. Non è un problema. Si può vivere, e tanti altri uomini ce lo dimostrano ogni giorno, impegnandosi ognuna e ognuno nel suo, tranquillamente. Non è necessario che abbiate un controllo su di noi, e nemmeno su di voi. Ho parlato di un caso estremo, come quello del fare antimafia, ma lo stesso vale per ogni impegno nella sfera pubblica. Perché sono sicura che tante giovani donne un po’ col sorriso e un po’ no, si sono riconosciute in questo post: nel lavoro, nella politica, nell’impegno civile.

Certo, sto parlando di una bella minoranza. Per uno che si comporta così, altri cento, vengono a chiederti scusa, sinceramente. Come è accaduto oggi. Perché se esiste quel modello, è per fortuna- o meglio dire- grazie a tutte le lotte quotidiane delle donne,  assolutamente residuale. Ma vale la pena raccontarlo, soprattutto in questi giorni in cui genere e generazione vengono usate come parole strumentali a altri fini. E mentre scrivo guardo in tv la serie “la mafia uccide solo d’estate”, che con magistrale ironia, decostruisce immaginari e modelli mafiosi. Anche di genere. E come chiudere questa riflessione se non con quello che lo zio dice a proposito della nipote “lei, è strana. È femminista. Ma poi ci passa!”.